martedì 27 maggio 2008

fase di atterraggio

Quando la madre, esasperata dai continui tradimenti, sbattendo violentemente la porta alle spalle del Comandante che partiva per uno dei suoi viaggi di lavoro, gli lanciava la più terribile delle maledizioni. -Che il tuo aereo possa precipitare!-, la figlia di mezzo, ancora bambina, usciva sul balcone della cucina e pregava appassionatamente un dio in cui allora credeva, perché le restituisse suo padre sano e salvo.
Nei giorni successivi tratteneva il fiato, offrendo alla madre la più totale, supina e ostile obbedienza.
Al ritorno del Comandante, la figlia di mezzo si sentiva ogni volta più certa che la forza della sua preghiera potesse far atterrare lievemente gli aerei.
Ma il peso di quell’opera di salvaguardia segnò per sempre il suo cuore di un insopprimibile rancore verso la madre.

Con gli anni smise anche di innalzare preghiere, perché in lei cominciò a farsi strada l’idea che quel dio che riportava indietro il Comandante avrebbe dovuto farlo spontaneamente, senza incidere di terrore e di odio la sua anima di bambina.

lunedì 26 maggio 2008

consolazioni/due


A maggio gentilmente i papaveri offrono la loro bellezza al passato.
Ed anche questo fa parte delle consolazioni della vita.



Questa foto viene da Flickr ed è di Geomangio.
Gli ho segnalato che la postavo.
Se mi chiede di ritirarla lo farò immediatamente.

consolazioni/uno

Qualche parola sull’amicizia.
Lasciando da parte Seneca e Cicerone e Catullo e Virgilio e chiunque altro. Ed ognuna delle possibili, innumerevoli citazioni.
Solo qualche parola che se ne viene su spontanea.
Molte sono le similitudini che potremmo usare per descrivere l’amicizia. Potremmo dire che l’amicizia è come una coperta morbida che ci copre i brividi di freddo. E sarebbe vero. Ma potremmo anche dire che è una tela scabra, se è davvero amicizia, e che ci pettina contro pelo, alla bisogna. E sarebbe vero. Potremmo dire che l’amicizia è un porto, o che è una fonte. Sarebbe vero, ancora.
L’amicizia però è qualche cosa di più essenziale ancora e semplice e immediato.
L’amicizia ha questo di unico: che siamo noi, così come siamo. Di fronte all’amica noi siamo solo noi. Non servono scudi e non servono orpelli. L’amicizia è nudità.

Pensiero sucessivo.
L’amicizia non ha bisogno di niente. E’ immateriale. Non ha bisogno di spazi comuni e non ha bisogno di tempo.
Un amico può passare come un lampo nella nostra vita. Non lo rivedremo forse più. Ma siamo stati amici.
E un amico potremmo non averlo mai visto.
Da lontano, ognuno nel proprio spazio, nelle forme più diverse, ci possiamo scambiare amicizia.

Pensare all’amicizia è consolazione.

domenica 25 maggio 2008

è arrivata marina song, di Donnigio!

Non è vero, non è possibile, non ci credo! Ommioddio, oddiomio, ommioddio.
Andate ed ascoltate. Ascoltate per credere. Donnigio ha davvero, proprio davvero, scritto una musica per me! E che musica!
Oh gente, che musica! E' perfetta, c'è proprio tutto. E' originale, poetica, coinvolgente. C'è il ritmo della vita e una piccola nota pensierosa. Suona come un invito. Fa venire voglia di ballare e di fischiare e di chiudere gli occhi al sole. Ma anche camminare sulla spiaggia nel buio. Vi giuro, contiene anche del mistero! E si chiama "Marina song"!
Tutte le Marine ora avranno la loro canzone. Ma non vi allargate, ragazze! Questo regalo è MIO, SIA CHIARO. Donnigio è AMICO MIO, mica vostro! Ma "Marina song" è per tutte le Marine e tutte sappiano di dover ringraziare Donnigio.
Quanto a me, non ho parole. Non ho i verbi, mi mancano gli aggettivi, i sostantivi latitano e le congiunzioni non sanno che cosa congiungere! Mi sono rimasti solo i punti esclamativi e un sorriso beato sulla faccia.
Donnigio, posso solo dirti grazie. E dirti quanto sei meravigliosamente bravo e quanto sei meravigliosamente generoso.
E come mi sento commossa. E non è vero Donnigio che avrei preferito una classica canzone. Sentita la tua musica una volta, ti garantisco, non c'è NIENTE che avrei potuto preferire! NIENTE.
Ed è registrata alla Siae. Cioè E' UFFICIALE! Sarò forse un po' infantile, ma questa cosa della registrazione alla Siae, mi fa sentire molto importante.
E adesso andate ed ascoltate e leggete bene quello che c'è scritto. C'è scritto: Marina song!
Qui, invece, trovate le altre produzioni di Ateneriena produzioni, perché Donnigio non sta fermo un minuto, una ne fa e centouna ne pensa. E tutte, ma proprio tutte, meritano i nostri applausi.
Grazie, Donnigio. Grazie da marina.

un pensiero da Mercedes

"A todos los que sufren ausencias: ese rìo de esperanzas inùtiles, que nunca encuentra el cauce adecuado para llegar hasta el mar."
Per tutti coloro che soffrono assenze: questo fiume di speranze inutili che non trova mai il corso per arrivare al mare.

Mercedes Salisachs - El volumen de la ausencia

sabato 24 maggio 2008

piccolo dono

Oggi vi lascio in dono solo tre parole.
Tre parole tratte dalla nostra bellissima lingua.

La prima è volanda: s.f. 1.Spolverio di farina che si solleva durante la macinazione del grano. 2.Parte girevole della ruota del mulino.

La seconda è sòbrio: agg. (pl.m. sobrî). Moderato nel soddisfacimento degli appetiti e delle esigenze naturali.; contenuto entro i limiti del necessario o del sufficiente. *fig. Semplice, misurato; alieno da ogni eccesso o ridondanza. [dal lat. sobrius, contrario di ebrius, quindi 'non ebbro']

La terza è qualòra: cong. Nel caso che, con valore temporale e insieme condizionale.

Fate così: Assaporatele prescindendo dal loro significato. Concentratevi solo sul loro suono: volanda...sobrio...qualora...
qualora...sobrio...volanda...
Che musica, vero?
Adesso pensate allo spolverio della farina del grano che s'alza nell'aria: che volanda...
Poi immaginate la pulizia di una pagina di Calvino: così sobria...
E infine ripetetevi, col pensiero ad una vostra speranza: qualora...

Io vado nella campagna umbra. Buon sabato.
Anche sabato, che suono musicale quelle tre sillabe!

venerdì 23 maggio 2008

un altare per la Maternità?

È finita, sembra, la vicenda del processo Franzoni. L'esito appare come il più giusto. Almeno a me. Ma questa storia è troppo amara per provare il senso di rappacificazione che l'esercizio della giustizia dovrebbe dare ai cittadini. Non posso fare a meno di pensare al bimbo Samuele. L'innocenza di quel bambino è l'unica innocenza certa. E per quel bambino continuo a provare dolore e tenerezza. Ho passato una brutta notte, perché alla mia mente è presente il pensiero del suo spavento. Molto più del dolore fisico mi addolora e non mi dà pace il pensiero del suo spavento. Anche Davide e Gioele sono innocenti. Anche a loro tocca tanto dolore. Anche loro sono nei miei pensieri. Pensieri inutili.

Pur pensando che la giustizia abbia bene operato, tutto questo senso di rivalsa che leggo sui giornali, questa soddisfazione che prorompe dagli animi colpevolisti mi dà profondamente fastidio.
Non provo nessuna soddisfazione per il fatto che una madre -che mi è sempre sembrata colpevole- lo sia stata dichiarata ufficialmente ed abbia iniziato a scontare il suo delitto. Vorrei che questa storia così atroce servisse solo per porci domande.
Non sulla signora Franzoni. Ma sull'essere madre. Su quando la maternità incontra fragilità, disfunzioni, turbamenti che rischiano di aggravarsi.
Ed anche, più in generale, sulla fatica dell'essere madre in una società che respinge la maternità. Sulla solitudine che una madre può sperimentare. Sulla indifferenza che le sue ansie, le sue difficoltà, i suoi baratti continui, i suoi sensi di colpa, i suoi equilibrismi, ricevono dagli altri. Donne e uomini. Severi, quando non implacabili, allo stesso modo.

La nostra società non ha elaborato nessun pensiero degno di questo nome, sulla maternità.
Dei due aspetti che segnano la maternità le piace sottolineare quello mitico, quello scritto con la Maiuscola. Ah, la Maternità!
Che mistero imperscrutabile! Che miracolo! Che meraviglia! Che commozione! Presto, un altare, per la Maternità!
E lo si adorni di belle tele, di sculture maestose. Grandi poppe, sorrisi teneri, la manina innocente stretta in quella protettrice della Madre. Mi disgusta questa retorica. Mi rivolta questa ipocrisia.

La maternità si scrive a lettere minuscole. È una storia minuziosa, fatta di minuziosi accadimenti; nel nostro corpo e nella nostra mente, nel nostro cuore e nel nostro cervello. Una storia che si apre un giorno e non si chiude più.
La maternità è fatta di atti, di gesti, di sensazioni fisiche, di cose, di materia. La maternità è fatta di responsabilità, di dovere, di sacrificio. Di paure, di solitudine. Di sensi di colpa, di ansia, di domande.
La maternità come gioia piena è l'unica di cui tutti amano disquisire. Io vorrei che fosse lasciata da parte.
Questa ricchezza è solo nostra, nessuno la faccia sua. È intima e resti tale.

Faccia la società la sua parte, tutta la sua parte, perché questa gioia intima non venga soffocata, spezzata, messa a rischio di smarrimento. Verso le madri siamo tutti, come società, inadempienti. Succede che anche le madri lo siano verso i figli.
Ma quando una madre è inadempiente -di più, quando una madre è colpevolmente inadempiente- rispetto al compito che la natura le ha affidato, la società è colpevole insieme a lei. Sempre. La colpevolezza della madre non rende innocente la società.

Questa storia -che non è la storia di Cogne, ma la storia del nostro bimbo Samuele- ci insegna questo.
Intorno a questa storia o ci poniamo le domande giuste o dobbiamo tacere.

È passato più di un anno. I miei sentimenti di allora non hanno trovato pace.