sabato 14 marzo 2015

guardando il mondo

....
Io non so spiegarmi l'imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d'amore, e non so vederlo ché sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate,
guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani... 
Mariangela Gualtieri


martedì 10 febbraio 2015

Il tempo che continua a esistere

L'età ci copre come una pioggerella,
interminabile e arido è il tempo,
una penna di sale tocca il tuo volto,
un gocciolio consumò il mio vestito:

Il tempo non distingue tra le mie mani
o un volo d'arance tra le tue,
la vita punge con neve e con zappa:
la vita tua che è la vita mia.

La vita mia che ti detti s'empie di anni,
come il volume di un grappolo.
Ritorneranno le uve alla terra.

E anche laggiù il tempo continua a esistere,
ad attendere, a piovere sulla polvere,
avido di cancellare persino l'assenza.
Pablo Neruda
 

giovedì 5 febbraio 2015

mercoledì 28 gennaio 2015

sessanta secondi, un minuto

Non sono i giorni, no. I giorni vanno per conto loro, masticano il tempo, nessuno sa come.
Sono i minuti, i secondi, che bisogna fronteggiare. E a denti stretti costringere il pensiero su una idea, una immagine, un oggetto. Trovarne di piatti, inerti, sterili, senza echi. 
Non farsi prendere, bisogna, sfuggire, sottrarsi. Questa battaglia logora.

2007-2009

Due soli anni s'alza l' onda fiduciosa.
Poi una sferzata di vento la polverizza.
m.p.

domenica 4 gennaio 2015

dainàs

Ho casualmente scoperto i dainàs, componimenti poetici della tradizione baltica cantati a due, tre voci.
Sono componimenti di tre, quattro versi, molto brevi, che usano l'allitterazione o la rima interna. Nella struttura ricordano gli haiku, anche se sono più liberi.
"Esprimono tutti gli aspetti della vita e della natura.
Parlano di amore, di morte, laghi, boschi, estate, inverno, dolore, piacere." (Jan Brokken)
Ne esistono diverse raccolte e altre ne vengono continuamente pubblicate. Non sono però stati tradotti in italiano.

Mi è venuta voglia di sperimentarmi, così per gioco. E anche perché mi piacciono molto le rime interne.

Come segnali di fumo
s'alzano dal grumo del tempo
e si liberano nel vento
li sento ecco
i ricordi sospirosi

Abbiamo un tetto per il riposo:
è fortunoso, ricorda.
il pane abbiamo e il sale:
è accidentale anche questo.

Il giorno di luce e di festa
con passo solenne
nella sua morsa
tutti conduce

Abbiamo ancora anime care:
ballare possiamo
ma in punta di piedi
m.p.

Non è percepito l'amore:
nella grotta si accuccia avvilito.
La beffa ci becca con aspra bocca

Guarda il tempo accartoccia
anche la roccia e i grattacieli.
Lievi ci sfariniamo.








giovedì 1 gennaio 2015

Cominciamo l'anno con la poesia

Voglio ricordare due poeti, due donne, che abbiamo salutato nel 2014:
Jacqueline Risset e Maria Luisa Spaziani

Qualche verso di Jacqueline Risset

Ceux qui aiment
ne soignent rien
regardent
écoutent battre le sang
qui vient du fond

coloro che amano
non hanno sogni
contemplano
e ascoltano pulsare il sangue
che viene dal fondo



                                                                 Jacqueline Risset



Maria Luisa Spaziani legge qui due sue poesie

                                                            Maria Luisa Spaziani

domenica 28 dicembre 2014

ma gli anni esistono?

Auguri per l'anno che viene a chiunque passi di qui, per caso o intenzionalmente, anche se a un tempo scandito per tutti nello stesso momento non credo. 
Ognuno ha le proprie scansioni, del tutto intime. 
Qualcuno riesce addirittura a sentire il continuum del tempo.

venerdì 26 dicembre 2014

nell'attesa...

Aspetto con impazienza una nuova raccolta di Claudio Damiani- Ma il poeta ancora tace. Così, spesso lo rileggo.


Se siamo così tanti
vuol dire che non c’è morte
perché non possiamo morire così in tanti,
se le galassie sono così tante
se tra viventi e non viventi non c’è poi tanta
differenza, e se dovunque è il vivente
come dovunque è l’idrogeno
e se la plastica che abbiamo inventato
in qualche mondo è in natura,
se ciò che facciamo non è artificiale
ma imitazione della natura,
natura stessa perché noi siamo natura,
parte di lei, messi da lei
a creare esseri artificiali
sotto il suo comando,
allora la morte ha poco da dire
e insieme tantissimo, è qualcosa che ci appartiene
e non ci è estranea
qualcosa che ci accomuna, e ci riunisce,
qualcosa di bello, che adesso ci fa paura
ma quando arriverà sarà un’esperienza grande
più grande della nascita, più grande dell’amore
e saremo contenti di poterla vivere insieme.


e ancora

"Dal mio piccolo punto di vista
vedo l’universo. Un rettangolino.
Il mio terrazzo. E’ la notte di maggio calda
e fresca, una brezza mite spira
che mi rinfresca della giornata afosa.
L’universo non credo sia diverso
dal nostro mondo: dopo tanto pensare,
tanto meditare sono convinto non solo
che quel che sta sulla terra sta un po’ dovunque nel cielo
ma anche che quello che sta nel cielo
sta un po’ qua e là sulla terra.
Allora dico: non ci immaginiamo cose tanto strane
ma guardiamo quello che ci sta vicino,
lasciamoci ferire dalla sua bellezza
e nella sua sapienza riposiamo il cuore."


(ma io so che non guarderò mai più il mare)


giovedì 25 dicembre 2014

solo un haiku e... mezzo haiku

Mi dispiace per me
mi dispiace per te
e per qualcuno che non conosco
di Abbas Kiarostami

e un mio piccolo
pseudo haiku

Apre un libro
legge una poesia
la ricetta del giorno
m.p.



martedì 18 novembre 2014

accettare

E poi vengono i giorni in cui preferisci chiamare velleità i piccoli talenti che non hai saputo difendere dalle circostanze.

venerdì 19 settembre 2014

Che cosa ho imparato/che cosa sto imparando/leggere

Riprendo a scrivere senza nessun ordine cronologico della mia esperienza di apprendimento sul lutto.

I libri sono sempre stati per me -oltre a una delle mie più grandi passioni- una delle vie attraverso cui ho tentato di conoscere il mondo, la vita, me stessa.
Per questo, quando sono stata in grado di farlo, mi sono rivolta ai libri che parlano della mia esperienza di perdita. È stata una ricerca di aiuto, che ancora continua. L'ho cercato e lo cerco in quei libri che narrano un'esperienza diretta, lettere, diari, in quelli che la trasformano in letteratura (ma partono tutti da una esperienza, più o meno mascherata e trasformata). L'ho cercato negli studi teorici, nei saggi, nelle ricerche di coloro che hanno studiato il lutto, che ne hanno fatto oggetto della loro analisi e della loro riflessione.
L'ho cercato nella poesia. La poesia, ancora oggi, tocca il mio animo, lo penetra, lo commuove, talvolta lo solleva o lo consola. La poesia è quella che mi arriva più vicina.

Ho conosciuto personalmente molte persone in cui è nato questo stesso bisogno, questa sete di comprensione e risonanza con altri che hanno vissuto o vivono la stessa esperienza -non solo nell'incontro viso a viso, dolore con dolore- ma anche in quell'incontro a distanza che è la lettura.

Ho scoperto questo: che si vuole imparare il più possibile su questo evento che sconvolge la vita e spesso la devasta, lo si vuole indagare. Ognuno si rivolge alle letture più congeniali, più vicine alla propria sensibilità (ma ha fame anche di quelle più lontane) o a quelle che sono più alla sua portata; è certo comunque che ci si passano titoli, nomi di autori, di testi. E quelli che non leggono direttamente perché leggere non fa parte delle loro abitudini, dei loro interessi, del loro costume o della loro cultura, ascoltano sempre gli altri, quelli che parlano delle proprie letture e ne riferiscono gli effetti, gli esiti, i barlumi di efficacia. E io li ho visti e li vedo, quasi sospesi, in attesa di una frase, un concetto, anche solo una parola, che renda comprensibile, che dia senso a quello che stanno vivendo.

Chi legge diventa così un tramite, e anche questo fa parte della condivisione, il più prezioso degli aiuti.
Niente infatti può sostituire l'incontro con quelli che io chiamo i fratelli e le sorelle nel dolore.

Delle mie letture e di quello che mi hanno dato e mi danno scriverò, senza ordine, senza un programma.
Il lutto non consente programmi.



giovedì 28 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/asincronia

Il dolente è asincrono rispetto a tutti coloro che lo circondano. Può succedere anche con persone che hanno subito il suo stesso lutto, proprio lo stesso, intendo, legato alla scomparsa della stessa persona. Ma nessun lutto è del tutto  uguale a nessun altro lutto, il dolore non è sempre lo stesso dolore. Il tempo non è lo stesso tempo. Le relazioni con lo scomparso sono state diverse e diverse restano ora che lo scomparso è scomparso; l’amore è stato diverso –senza gerarchie, ma diverso.
Questo è un dramma nel dramma. E aggiunge dolore a dolore e spesso mina i rapporti tra persone vicinissime, che hanno avuto lo stesso morto, che condividono il morto eppure hanno perso una persona diversa; cosicché altro e differente è il loro dolore e il loro lutto, vivono in modi diversi l’assenza-presenza, la mancanza, l’abbandono.

Talvolta la perdita fa deflagrare antichi conflitti, mai emersi, mai percepiti, o ne crea di nuovi. Nascono sospetti reciproci, lacerazioni, insofferenze, rabbie e solitudini. Nascono dubbi, le vie del dolore divergono e la relazione tra sopravvissuti ne viene intaccata, spesso nel profondo. E nessuna relazione che subisca questa prova tornerà mai com’era, com’è stata. Talvolta migliora, si arricchisce, scopre nuovi terreni di incontro; tal’altra si incrina, s’impoverisce, diventa arida per quanto ci si sforzi e si finga. E nessuno sa se mai potrà ritrovare vita, vivere una qualità migliore, se ne nascerà una più ricca vicinanza. È una scommessa. I dolenti non sanno se la vinceranno. Qualcuno non la vede o finge di non vederla. Qualcuno rimuove. Qualcuno si ribella e si batte. Qualcuno si arrende. Accetta le separazioni ulteriori che si creano nella cerchia dei suoi affetti e questa ulteriore forma della perdita e della solitudine. Che la ritenga meritata o immeritata, l'accetta e si arrende.

venerdì 22 agosto 2014

maternale amore

Le valli oscure del corpo d'amore che il desiderio rende feconde:
è lì che s'incarna la passione: ecco un nuovo aurorale amore che non lascia scelta.
Diventato destino resisterà fino all'ultima valle fino all'ultimo tramonto.
m.p.

giovedì 21 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/oscillazioni

Il dolente "inconsolabile” è insopportabile anche alle persone più vicine. Egli prende allora a mentire. E scopre che intorno a lui tutti non chiedono altro che di credere alle sue menzogne, tutti chiedono solo di essere ingannati.

I suoi piccoli miglioramenti, reali, progressivi e faticosi, i suoi piccoli passi in avanti che sono sempre oscillatori e incostanti, discontinui, e che comportano un avanzare e un regredire, vengono afferrati al volo e quasi congelati; il dolente viene subito immobilizzato nel suo primo tentativo di “normalità” e da quel punto non potrà più tornare indietro. Implicitamente subito gli viene detto: “Ecco, stai meglio e d’ora in poi starai –dovrai stare- sempre meglio". E tutti prenderanno a trattarlo con il più disinvolto tono consueto, spingendolo sempre più verso un occultamento del proprio dolore. Così gli altri verranno molto infastiditi se un giorno, timidamente, il dolente dirà una frase, anche solo una parola che ancora parli della persona perduta non come persona già appartenente ad un passato mitico, ma appena scomparsa, vicina, al centro del suo mondo, al centro del suo dolore. Il motto degli altri è: non si accettano ricadute.

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/gli esercizi

Ripenso a quello che ha scritto la mia amica Angela sul suo blog

"Se non facciamo del nostro dolore un tempio…è possibile che si riescano ad accettare, col cuore infine… altre angolazioni, altri punti di vista, non fissità ma movimento.


L’idea di una porta socchiusa, non sbarrata".

Io so che Angela ha ragione, che le sue parole contengono il solo possibile germoglio di un progredire. E credo e so che queste parole sono un incoraggiamento che Angela rivolge a se stessa, non un ammaestramento rivolto ad altri.
Perché Angela sa anche, su di sé, che il tempo per l’accettazione, per aprire quella porta sbarrata, non è decretabile dagli altri e neanche dal dolente stesso. E che costui, nascostamente, si sottopone a prove, a esercizi. Alcuni gli procurano una indicibile angoscia, in altri fallisce. Riporta anche piccole vittorie. Ma su queste non può fare affidamento, deve considerarle –per il momento- temporanee, provvisorie, perché cammina su un terreno instabile, avanza in un territorio che alterna tratti di terra solida a improvvisi vuoti, mancamenti, frane.

Qualcuno talvolta si accorge che il dolente ha pianto o lo sorprende a piangere e allora, poiché il tempo trascorso dall'evento tragico è per lui ormai tanto, "sufficiente",gli chiede: “Che è successo?”. Il dolente ringoia il pianto, risponde "niente" e subito si adegua al tono quotidiano, della conversazione che per lui è invece fatua, inutile e inconcludente. Si rimbozzola nella menzogna. Viene ricacciato nella menzogna. Perché gli altri non sanno che sta solo facendo degli esercizi.

giovedì 31 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/i ricordi

Il dolente ha così tanti ricordi da cui ripararsi.
Attraversa le ore della giornata con cautela e circospezione, tutta concentrata sui gesti minuti da compiere, sulle piccole incombenze, trama e ordito ormai della sua vita: comprare il latte, cambiare l’acqua nella ciotola della gatta, passare in farmacia, lavare due stoviglie.
Si lascia assorbire da quelle occupazioni per difendersi da un vento tormentoso che spinge verso di lei brandelli di ricordo come nuvole sfrangiate. Ogni tanto alza una mano  davanti a sé nel gesto di chi tenta di ripararsi gli occhi da una polvere alzatasi d’improvviso da terra per un colpo d’aria o da un moscerino fastidioso. È un gesto fugace che le sfugge, incontrollato, quasi impercettibile per chi le sta vicino, così piccolo e rapido è. 
Con quel fragile schermo tenta di ripararsi dal vento della memoria, continuamente risorgente, di tenerlo lontano da sé, di conservare vuoto e nero lo schermo della sua mente, nero come il monitor di un computer, bianco come lo schermo di un cinema.  
Talvolta un ricordo spezza ogni difesa e la raggiunge fino al centro del petto. Sono flash che le provocano una fitta e insieme una stretta che quasi  le arresta il respiro e non può che arrendersi a quella forza prepotente e implorante insieme. E mentre viene avvolta nella nube ulcerante del ricordo, abbassa lo sguardo sull’orologio per controllare la durata di quella folata che la strazia, attendendo che quel tempo del ricordo passi, quel tempo inevitabile che si è rivelato più forte di lei, di ogni sua circospezione, di ogni suo trucco. Quel controllare il tempo è come il contare di una partoriente, tra una contrazione e l’altra, contiene rassegnazione, la rassegnazione di chi non può difendersi da un assalto, e resta lì ad aspettare che la violenza le passi sopra. Si concentra sulla lancetta dell’orologio contando mentalmente i secondi. In quei secondi, in quei minuti lo squarcio sul passato si prende tutto il suo corpo, la stringe soffocandolo in ogni sua parte: il dolente si ferma in mezzo alla strada, si ferma qualunque cosa stia facendo, trattiene il fiato  e col fiato il dolore, mentre le lacrime non si lasciano trattenere.
Poi torna a respirare e dal polso lo sguardo le scivola sulla mano, sulla pelle sottile e disegnata di rughe, sulle nocche visibili, la sua mano di vecchia. Ho vissuto troppa vita, pensa e troppa vita fa troppi ricordi.

mercoledì 30 luglio 2014

quando qualcuno parla anche per noi

È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore, se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?

Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o 
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.

Da “Innamoramenti” di Xavier Marias


quando qualcuno parla anche per noi


"Immaginai che fossimo tutti seduti nel salotto, con un buco al posto di Arnold. “Tanti buchi” mi dissi. “Tutta la casa piena di buchi. Dove stava seduto. Dove giocava a carte. A tavola.” 
Marya Hornbacher Al centro dell’inverno


martedì 29 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/il contratto

Un’altra delle scoperte del dolente è che la com-passione, la sintonia e l’empatia non sono mai incondizionate. Che gli altri stipulano con lui un contratto, non detto ma ferreo, vincolante nelle loro intenzioni: io ti offro condivisione in cambio di superamento. All’inizio la condizione non compare, è invisibile e addirittura inimmaginabile per il dolente; è inconsapevole, inconscia addirittura in chi sta vicino al dolente. Ma il contratto presto emergerà e il dolente deve riconoscerlo e prenderne atto.

Il dolente si sente monotono, noioso e soprattutto colpevole e si sforzerà di rispettare il contratto.

sabato 26 luglio 2014

riflettendoci...

Ho cancellato un post che, riflettendoci, mi è parso troppo personale. Ma ho tenuto tutti i vostri commenti perché mi hanno aiutata a decidere che farne. Grazie, marina

martedì 22 luglio 2014