venerdì 22 agosto 2014

maternale amore

Le valli oscure del corpo d'amore 
che il desiderio rende feconde.
È lì che s'incarna la passione:
nuovo aurorale amore che non lascia scelta.
Diventato destino

resisterà fino all'ultima valle
fino all'ultimo tramonto.

giovedì 21 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/oscillazioni

Il dolente "inconsolabile” è insopportabile anche alle persone più vicine. Egli prende allora a mentire. E scopre che intorno a lui tutti non chiedono altro che di credere alle sue menzogne, tutti chiedono solo di essere ingannati.

I suoi piccoli miglioramenti, reali, progressivi e faticosi, i suoi piccoli passi in avanti che sono sempre oscillatori e incostanti, discontinui, e che comportano un avanzare e un regredire, vengono afferrati al volo e quasi congelati; il dolente viene subito immobilizzato nel suo primo tentativo di “normalità” e da quel punto non potrà più tornare indietro. Implicitamente subito gli viene detto: “Ecco, stai meglio e d’ora in poi starai –dovrai stare- sempre meglio". E prenderanno a trattarlo con il più disinvolto tono consueto, spingendolo sempre più verso un occultamento del proprio dolore. E verranno molto infastiditi se un giorno, timidamente, il dolente dirà una frase, anche solo una parola che ancora parli della persona perduta non come persona già appartenente ad un passato mitico, ma appena scomparsa, vicina, al centro del suo mondo, al centro del suo dolore. Il motto degli altri è: non si accettano ricadute.

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/gli esercizi

Ripenso a quello che ha scritto la mia amica Angela sul suo blog

"Se non facciamo del nostro dolore un tempio…è possibile che si riescano ad accettare, col cuore infine… altre angolazioni, altri punti di vista, non fissità ma movimento.


L’idea di una porta socchiusa, non sbarrata".

Io so che Angela ha ragione, che le sue parole contengono il solo possibile germoglio di un progredire. E credo e so che queste parole sono un incoraggiamento che Angela rivolge a se stessa, non un ammaestramento rivolto ad altri.
Perché Angela sa anche, su di sé, che il tempo per l’accettazione, per aprire quella porta sbarrata, non è decretabile dagli altri e neanche dal dolente stesso. E che costui, nascostamente, si sottopone a prove, a esercizi. Alcuni gli procurano una indicibile angoscia, in altri fallisce. Riporta anche piccole vittorie. Ma su queste non può fare affidamento, deve considerarle –per il momento- temporanee, provvisorie, perché cammina su un terreno instabile, avanza in un territorio che alterna tratti di terra solida a improvvisi vuoti, mancamenti, frane.

Qualcuno talvolta si accorge che il dolente ha pianto o lo sorprende a piangere e allora, poiché il tempo trascorso dall'evento tragico è per lui ormai tanto, "sufficiente",gli chiede: “Che è successo?”. Il dolente ringoia il pianto, risponde "niente" e subito si adegua al tono quotidiano, della conversazione che per lui è invece fatua, inutile e inconcludente. Si rimbozzola nella menzogna. Viene ricacciato nella menzogna. Perché gli altri non sanno che sta solo facendo degli esercizi.

giovedì 31 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/i ricordi

Il dolente ha così tanti ricordi da cui ripararsi.
Attraversa le ore della giornata con cautela e circospezione, tutta concentrata sui gesti minuti da compiere, sulle piccole incombenze, trama e ordito ormai della sua vita: comprare il latte, cambiare l’acqua nella ciotola della gatta, passare in farmacia, lavare due stoviglie.
Si lascia assorbire da quelle occupazioni per difendersi da un vento tormentoso che spinge verso di lei brandelli di ricordo come nuvole sfrangiate. Ogni tanto alza una mano  davanti a sé nel gesto di chi tenta di ripararsi gli occhi da una polvere alzatasi d’improvviso da terra per un colpo d’aria o da un moscerino fastidioso. È un gesto fugace che le sfugge, incontrollato, quasi impercettibile per chi le sta vicino, così piccolo e rapido è. 
Con quel fragile schermo tenta di ripararsi dal vento della memoria, continuamente risorgente, di tenerlo lontano da sé, di conservare vuoto e nero lo schermo della sua mente, nero come il monitor di un computer, bianco come lo schermo di un cinema.  
Talvolta un ricordo spezza ogni difesa e la raggiunge fino al centro del petto. Sono flash che le provocano una fitta e insieme una stretta che quasi  le arresta il respiro e non può che arrendersi a quella forza prepotente e implorante insieme. E mentre viene avvolta nella nube ulcerante del ricordo, abbassa lo sguardo sull’orologio per controllare la durata di quella folata che la strazia, attendendo che quel tempo del ricordo passi, quel tempo inevitabile che si è rivelato più forte di lei, di ogni sua circospezione, di ogni suo trucco. Quel controllare il tempo è come il contare di una partoriente, tra una contrazione e l’altra, contiene rassegnazione, la rassegnazione di chi non può difendersi da un assalto, e resta lì ad aspettare che la violenza le passi sopra. Si concentra sulla lancetta dell’orologio contando mentalmente i secondi. In quei secondi, in quei minuti lo squarcio sul passato si prende tutto il suo corpo, la stringe soffocandolo in ogni sua parte: il dolente si ferma in mezzo alla strada, si ferma qualunque cosa stia facendo, trattiene il fiato  e col fiato il dolore, mentre le lacrime non si lasciano trattenere.
Poi torna a respirare e dal polso lo sguardo le scivola sulla mano, sulla pelle sottile e disegnata di rughe, sulle nocche visibili, la sua mano di vecchia. Ho vissuto troppa vita, pensa e troppa vita fa troppi ricordi.

mercoledì 30 luglio 2014

quando qualcuno parla anche per noi

È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore, se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?

Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o 
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.

Da “Innamoramenti” di Xavier Marias


quando qualcuno parla anche per noi


"Immaginai che fossimo tutti seduti nel salotto, con un buco al posto di Arnold. “Tanti buchi” mi dissi. “Tutta la casa piena di buchi. Dove stava seduto. Dove giocava a carte. A tavola.” 
Marya Hornbacher Al centro dell’inverno


martedì 29 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/il contratto

Un’altra delle scoperte del dolente è che la com-passione, la sintonia e l’empatia non sono mai incondizionate. Che gli altri stipulano con lui un contratto, non detto ma ferreo, vincolante nelle loro intenzioni: io ti offro condivisione in cambio di superamento. All’inizio la condizione non compare, è invisibile e addirittura inimmaginabile per il dolente; è inconsapevole, inconscia addirittura in chi sta vicino al dolente. Ma il contratto presto emergerà e il dolente deve riconoscerlo e prenderne atto.

Il dolente si sente monotono, noioso e soprattutto colpevole e si sforzerà di rispettare il contratto.

sabato 26 luglio 2014

riflettendoci...

Ho cancellato un post che, riflettendoci, mi è parso troppo personale. Ma ho tenuto tutti i vostri commenti perché mi hanno aiutata a decidere che farne. Grazie, marina

martedì 22 luglio 2014

Tez è tornata!

Il bimbetto a labbrotto pendulo ha saputo che Tez è tornata!




lunedì 14 luglio 2014

una poesia di Beppe Salvia

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

                                                               Beppe Salvia 1954-1985
da PensieriParole

mercoledì 9 luglio 2014

al mattino o alla sera, leggere una poesia di Claudio Damiani


da: Claudio Damiani  Poesie a cura di Marco Lodoli Fazi Editore




lunedì 7 luglio 2014

ricordando Maria Luisa Spaziani


                                                   Maria Luisa Spaziani (1922-2014)


Il 30 giugno ci ha lasciati Maria Luisa Spaziani.
La ricordo con queste sue poesie.


A sipario abbassato

Quando ti amavo sognavo i tuoi
sogni.
Ti guardavo le palpebre dormire,
le ciglia in lieve tremito.
Talvolta
è a sipario abbassato che si snoda
con inauditi attori e luminarie
-la meraviglia.


Nulla di nulla

Strappami dal sospetto
di essere nulla, più nulla di nulla.
Non esiste nemmeno la memoria.
Non esistono cieli.
Davanti agli occhi un pianoro di
neve,
giorni non numerabili, cristalli
di una neve che sfuma all'orizzonte
- e non c'è l'orizzonte.


venerdì 4 luglio 2014

il filo di acciaio

Ero in strada e camminavo lenta adattando il passo al mio pensiero. E d'improvviso l'ho proprio sentito, percorrermi tutto il corpo, il filo di acciaio che mi tiene in vita, benché colpita duramente e senza cessa, ancora in vita.
Ho scoperto che è questo filo di acciaio, che ho sentito quasi fisicamente, a rendermi come sono, quella che sono: una persona capace di sostenere questi giorni e questi anni, anche nel crollo dei desideri, delle speranze, delle aspettative. Anche nell'amarezza, riconosciuta ormai come definitiva compagna.
Il filo di acciaio agisce per me, fa il suo lavoro per conto suo, mi tiene in salute e fa sì che, sola, io proceda nella vita. Ritta.
Dal filo di acciaio mi sento agita, una sensazione che ho già conosciuto. Nel filo di acciaio si esprime la potenza della natura, e strapparsi da dentro il filo di acciaio natura non concede.
Cosa costi avere dentro di sé questo filo di acciaio, io sola so. E osservo gli inconsapevoli altri e sorrido dentro di me quando mi sento dire che sono forte.
Io, forte? Vorrei dire loro. Ma va, è lui che è forte, il filo di acciaio. Io, il mio io, lo ospita solo. Ed è un ospite indesiderato.

domenica 29 giugno 2014

Tereza, dove sei?





Non posso più accedere al blog di Tereza, perché è diventato un blog ad inviti e non sono stata invitata.

sabato 28 giugno 2014

(pseudo-versi dedicati a Stig Dagerman)

nomen omen


Qualsiasi nome gli abbiamo dato alla nascita
crediamo sempre che un giorno si chiameranno Consuelo
-inconfessata speranza
al fondo dei nostri cuori-
Ah se li avessimo chiamati Consuelo -ci diciamo poi-
abbiamo sbagliato nomen
ci siamo derubati del presagio!
Speranza ingenua!
nessuno consola nessuno
Vita e Tempo involvono
il nostro bisogno di consolazione.

domenica 22 giugno 2014

ripescata in risposta a Guglielmo


Ho appreso a perdonare 
il blu smagliante alla plumbago
che esonda oltre il muro
e il rosa agli oleandri
e i rami colmi 
che scendono a sfiorarmi il capo.
Ma il profumo no.
Il profumo
-che mi trapassa come una spada
e m’avvelena l’aria-
il profumo
mi è crudele
e per lui non ho perdono
né grazia.

dal passato d'amore

Camminavo in salita sotto le magnolie
Arrivavano parole come pesci argentei 
nuotando libere nella mia acqua
Le sentivo sulle labbra come l’antico bacio caldo
Una foglia lucente dipinta di verde volò a terra e si propose al mio sguardo
raccolse un sorriso 
e volò più in là
Nessun uccello cantava ma cantavano i pesci
"Sei il primo ricordo senza spine"
dissi al pesce più piccino che mordicchiava il mio orecchio
"Sei la prima foglia del mondo" 
dissi alla foglia
"la prima foglia verde
che luce ai miei piedi".
Le parole hanno questo di bello,
non muoiono. 
Giungono un mattino dal passato d’amore 
e nuotano con noi.

lunedì 9 giugno 2014

scampoli

Ho bisogno di un po' di questo
ma poco
di un po' di quello
ma poco
di un ricciolo
di un vapore
di uno spicchio di mela

Il vento che impenna
le piccole cose
le piccole cose
che sfidano il tempo

In me c'è una falla
tutto cola, tutto perdo.

E dove batte la luce?

le salsole


Intricato il mio cuore
con battiti e passi affrettati
spasimi lenti
erbe in folate

Si spezza il filo del tombolo della vita
a ogni microscopico fallo
né più si ricongiunge
Si è smarrita la mappa:
non si riconosce il capo
né la coda 
che già corre lontana
con fruscio di serpe o di acqua
Restano le salsole rotolacampo
-mio cuore cespuglioso-
che trascinano 
le ventate del tempo.


ombre



Potresti contargli l'ossa
e gli anni
al cane-ombra
Accetta il boccone che gli porgi
Ti ringrazia con la coda e se ne va
Il cane-ombra ti lascia sola
Sei ombra anche tu

pensiero con cui mi sono svegliata questa mattina

Combina e ricombina
l'atomo ci darà
la sola eternità.

sabato 31 maggio 2014

Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis


Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.


Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela,  via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.

giovedì 29 maggio 2014

Un incontro

-Ma tu guarda, Simona! ciao, come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui? Che faccio qui. Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.  
-Misuro il mio fallimento, rispondo. Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene, condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse ad aspettare un crodino anche lei. -È un peccato che parli di fallimento, proprio tu. 
Proprio io. Che vorrà dire, proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare. Molto understatement, molto  modestia ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi? Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà rinunciarci–Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente, quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.   
-Ho due figli, ci pensi? No, non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America, l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare. Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno, figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo tavolino.
Butta giù il crodino, guarda l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi, devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.

mercoledì 28 maggio 2014

Una poesia di Antonia Pozzi

Novembre
E poi- se accadrà ch’io me ne vada-
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro-
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote-
Qualcuno piangerà
Chissà dove-chissà dove-
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno

Io me ne debba andare.

una poesia di Sylvia Plath


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale
Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie ad ogni marzo,
Né sono la beltà di un’aiuola
Ultradipinta –che susciti grida di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me un albero è immortale
E la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell’uno la lunga vita, dell’altro mi mancxa l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto-
Con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:

Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

domenica 13 aprile 2014

domenica

Il silenzio domenicale
rimbomba di parole
eco che si ribella
alla conversazione interrotta 

I passi domenicali
lenti di sperdizione
cercano di percorrere
senza ripercorrere

Il lutto domenicale
si porta abbottonato
come un cappotto pesante
che ci si stringe alla gola

Il mattino domenicale
chiede solo
di diventare lunedì




giovedì 13 marzo 2014

Non se ne esce?

La mia scrittura diventa sempre più scadente.
Il mio scontento cresce.
Lo scontento alimenta la mia depressione.
La depressione mi rende sempre più difficile scrivere.
La scrittura diventa sempre più scadente.

Non se ne esce.
Non se ne esce?
Allora esco io.
Ma non è un addio.

Grazie e scuse.