sabato 31 maggio 2014

Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis


Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.


Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela,  via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.

giovedì 29 maggio 2014

Un incontro

-Ma tu guarda, Simona! ciao, come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui?
Che faccio qui? Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.  
-Misuro il mio fallimento, rispondo.
Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene, condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse ad aspettare un crodino anche lei.
-È un peccato che parli di fallimento, proprio tu. 
Proprio io. Che vorrà dire, proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare. Molto understatement, molto  modestia ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi? Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà rinunciarci–-Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente, quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.   
-Ho due figli, ci pensi? No, non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America, l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare.
Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno, figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo tavolino.
Butta giù il crodino, guarda l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi, devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.

mercoledì 28 maggio 2014

Una poesia di Antonia Pozzi

Novembre
E poi- se accadrà ch’io me ne vada-
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro-
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote-
Qualcuno piangerà
Chissà dove-chissà dove-
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno

Io me ne debba andare.

una poesia di Sylvia Plath


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale
Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie ad ogni marzo,
Né sono la beltà di un’aiuola
Ultradipinta –che susciti grida di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me un albero è immortale
E la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell’uno la lunga vita, dell’altro mi mancxa l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto-
Con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:

Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.