giovedì 29 maggio 2014

Un incontro

-Ma tu guarda, Simona! ciao, come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui?
Che faccio qui? Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.  
-Misuro il mio fallimento, rispondo.
Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene, condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse ad aspettare un crodino anche lei.
-È un peccato che parli di fallimento, proprio tu. 
Proprio io. Che vorrà dire, proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare. Molto understatement, molto  modestia ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi? Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà rinunciarci–-Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente, quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.   
-Ho due figli, ci pensi? No, non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America, l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare.
Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno, figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo tavolino.
Butta giù il crodino, guarda l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi, devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.

6 commenti:

  1. non so se definirlo malinconico, triste o inquietante

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  2. Cara Zefirina, credo che ci sia un'età in cui si è più pronti a cogliere i messaggi che il mondo ci invia su noi stessi e più disposti a valutarli con severità. Credo che Simona sia entrata in quell'età. Non inquietarti né immalinconirti per lei. ;-)
    ti abbraccio, marina

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  3. io li chiamo Impermeabili Vaganti. In ogni luogo fanno la loro comparsa con la domanda più insopportabile: come va?
    Hai offerto un crodino ad un I.V.
    Il tuo modo di raccontare bello come sempre. un bacio
    Angela

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  4. L'età toglie molto ma dà moltissimo. Anche la capacità di raccontare così bene queste cose...

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  5. care amiche, la vostra presenza mi fa tanto contenta, come le vostre parole. Sì, mentre toglie l'età dà moltissimo. Io sto a vedere :-)

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  6. Piacevolissima questa lettura. Ci ritornerò in questo blog.
    A presto!

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