domenica 20 ottobre 2013

DEP & DAP LEXICON /3

Per lungo tempo Q. si era molto adoperata perché il Coniuge Premuroso accettasse l'invito fattogli da un importante cliente turco a raggiungerlo nella sua residenza estiva affacciata sul mare Egeo. Si trattava di un viaggio di lavoro, intrapreso malvolentieri dal Coniuge Solidale ma che avrebbe costituito l'occasione per creare un più amichevole rapporto con l'importante uomo di affari dalla cui buona disposizione verso il Coniuge Imprenditore dipendevano decisioni di pregnante valore commerciale.

Per settimane il Coniuge Restio si era rifiutato di accettare l'invito, non risolvendosi a lasciare sola Q. nella città agostana. Ma lei lo rassicurò in ogni modo: non solo era perfettamente in grado di restare sola ma anzi, sapendo di non aver sacrificato ancora una volta alla sua machina scaenica il Coniuge Ansioso, si sarebbe sentita più leggera e persino contenta.
Infine il Coniuge Riluttante si  fece convincere e ai primi giorni del mese di agosto si imbarcò per Istambul per discutere del suo importante progetto con il cliente turco.
            Appena fu partito Q. affrontò il problema di riportarlo a sé, di riscattarlo dalle insidie del destino e farlo tornare a casa presto e bene. Fin dai primi tempi del loro matrimonio Q. aveva preso l'abitudine di eseguire in casa, durante i frequenti viaggi di lavoro del Coniuge Indefesso, dei piccoli lavori straordinari da fargli trovare come sorpresa al rientro. Era un gesto scaramantico con cui Q. ne propiziava il ritorno a casa; lo compiva per ottenere il favore e la protezione degli dei sul Coniuge Viaggiante, al quale, in cambio dell' offerta di Q., essi avrebbero garantito un sicuro e felice ritorno.
Era anche un modo per continuare a sentire presente il Coniuge Assente, toccando le sue cose, riordinandole, pulendole, e assaporando la gioia del ricongiungimento. Con questo spirito devoto e apotropaico Q. metteva ordine nei cassetti della biancheria, rifornendoli di nuovi calzini e canottiere; riordinava le cravatte, puliva le pipe, catalogava i libri coniugali accatastati alla rinfusa; riorganizzava qualche spazio della casa, spostando un piccolo mobile, inserendo un soprammobile, lucidando qualche pezzo d'argento fin lì trascurato. L'amorosa pratica aveva il suo culmine trionfale il giorno stesso del ritorno del Coniuge Riscattato, quando Q. preparava per lui la sua famosa e insuperabile crostata di albicocche.
            L'estate del famoso viaggio in Siria dell' Archeoconiuge, ad esempio, Q. l'aveva dedicata ad una rassegna ragionata di tutte le foto della loro vita familiare. Esse giacevano da sempre sparpagliate in vari cassetti o ammonticchiate alla rinfusa in scatole da scarpe, senza nessun ordine né tematico né cronologico, in un caos creatosi per accumulazione e in cui Q. si era sempre rifiutata di metter le mani. Quell'estate invece comprò cinque album e poi ancora altri due e con pazienza e alacrità vi fissò il loro patrimonio fotografico. Creò un album per tutti gli animali incontrati nei loro viaggi e uno per ripercorrere la crescita della loro unica figlia. Due album li dedicò agli anni del loro soggiorno in terra di Persia e altri due alle foto degli anni parigini. Gli ultimi due accolsero, rispettivamente, le foto familiari del Coniuge Aristocratico e quelle della famiglia di Q. stessa.
Era stato facendo quel lavoro che Q. si era resa conto che tutta quella gente che la guardava dalle lucide colorate superfici era morta.
Non solo quella davvero scomparsa da tempo o quella che Q. non aveva neanche fatto a tempo a conoscere, ma anche i vivi, coloro che in quegli stessi giorni conducevano le loro vite con i piedi ben piantati nella realtà. Tutti morti. E morta lei stessa. Dov'era infatti quella giovane donna allungata sulla panca di legno di un treno per Bombay, la testa appoggiata al finestrino aperto, gli occhi chiusi e i capelli svolazzanti investiti dal vento caldo?
E che fine aveva fatto quell'altra, seduta a piedi nudi e gambe incrociate sui tappeti del fortino di Samangàn in attesa che una pasticca di amuchina si sciogliesse nell'acqua della caraffa verdina in primo piano disinfettandola? e quella che guardava nella notte dal finestrino della corriera Merida-Villahermosa-Mitatitlan? Che ne era stato di loro? Erano morte, Q. lo constatò con dolore. Portavano tutte il suo nome ed erano morte. Niente di loro, di quella curiosità, di quell'audacia, di quella determinazione era rimasto in lei. E lei le guardava, mentre ne incollava le immagini sulle pagine di quell'album, come si guardano le foto di nostri lontani parenti, i bisnonni, i prozii, appartenuti ad un altro tempo, ad un altro mondo. Dovette così riconoscere che Barthes aveva ragione, davvero "tutte le fotografie sono postume". Ciò nonostante Q. portò a termine il suo compito e al ritorno del Coniuge Affrancato, legittimamente soddisfatta del suo lavoro, gli consegnò i sette album di foto.
            Ed ecco che, due anni dopo, Q. ripeteva il rito del riscatto del Coniuge Esposto. Nell'occasione si assegnò ben due di quei compiti scaramantici: avrebbe lucidato tutti gli oggetti in rame raccolti nei più disparati mercati del mondo e in più avrebbe riordinato la scrivania del Coniuge Disordinato, vera prova regina di amore e dedizione. La scrivania infatti quasi scompariva sotto pile di vecchi quotidiani, documenti, agendine, carte, bollette, posta accumulata da mesi e mesi, ritagli di giornali, rollini in attesa di essere sviluppati, confezioni di medicine ormai scadute, penne, matite, foto, libri mai aperti, dichiarazioni dei redditi, verbali di assemblee condominiali, multe mai pagate e avvisi di raccomandate ancora da ritirare e ancora, ancora... Il disordine coniugale una volta la irritava, ma ora la  intenerì di nostalgia e Q. si mise da subito al lavoro.
            Fu mentre compiva questo piccolo gesto di amore che Q. si imbatté nella corrispondenza, sventatamente lasciata dietro di sé, con cui da mesi il Coniuge Sacrificato organizzava con un gruppo di amici una crociera nel Mediterraneo Orientale. Eccola lì, tutta archiviata, grazie alla  perfetta organizzazione di cui il Coniuge tour operator diveniva capace quando si trattava di programmare un viaggio. Q. poté così ripercorrerne  i passi e quasi vederlo mentre raccoglieva documentazione, faceva da trait-d'union tra i vari partecipanti localizzati in mezza Europa, sceglieva lo yacht, prendeva accordi sulla rotta con il capitano, fissava le escursoni nelle varie tappe, stipulava assicurazioni, prenotava alberghi e intanto mandava frizzanti messaggi all'allegra compagnia. Nessun importante cliente turco compariva nella documentazione e di affari non si parlava. Tutto questo lavoro aveva preso mesi; gli stessi mesi durante i quali il Coniuge Fedele fermamente respingeva le sollecitazioni di Q. a compiere il viaggio di affari in Turchia. Q. lesse tutta la corrispondenza. Anzi la lesse due volte perché alla prima pensò che la machina scaenica stesse superando se stessa rendendola incapace di decodificare il senso di semplici frasi nella sua lingua madre.
Sicché lesse e poi rilesse. E dovette infine ammettere che quel mattino la machina scaenica non era in azione e tra la sua lingua madre e lei non si era aperto nessun abisso d’incomprensione: le cose stavano proprio come stavano. (3/continua)




31 commenti:

  1. Hai avuto un'idea brillante a pubblicare queste tue pagine e mi ci sto appassionando.
    Cristiana

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    1. grazie, Cristiana, sono contenta che ti interessi
      marina

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  2. Marina, sono catturata dalla tua scrittura, tanto dal contenuto quanto dalla capacità di fissare sulla carta ricordi, sentimenti, emozioni. Ti abbraccio Dolores

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    1. cara Ruby, mi sento così contenta, ho tanto esitato ad aprire quella scatola
      grazie, marina

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  3. Cara Marina, nulla di nuovo nel mondo della coniugalità: mondo complesso e complicato in cui le donne sono schiacciate da giganteschi di sensi di colpa verso questi coniugi presenti/premurosi/indefessi/solidali/fedeli/sacrificati, o come meglio vogliamo aggettivare ma la solfa quella è!
    Crediamo per decenni di doverci far perdonare chissà cosa, presneze/assenze/fragilità/paure/pretese/fantasie/scrittura/sentimenti/emozioni/commozioni/stranezze... alt! Stranezze per loro, ovviamente... i nostri coniugi/vittime sacrificali...
    Quanto di più nefasto in tutto ciò: abbiamo rovinato la nostra giovinezza, inquinate dal senso di inadeguatezza e da una sorta di compatimento verso noi stesse....Alt!
    Io ho capito tutto, e neanche troppo tardi. Ho capito. La più grande conquista della mia vita.
    Ciao, ti leggo.

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  4. ogni tanto latito e rischio di perdermi poi pagine come le tue, meno male che me ne sono accorta in tempo

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    1. Grazie Zefirina, spero di non deluderti!

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  5. sulla coniugalità posso dire poco, mi sono accorta che alla fine è più il tempo che ho passato sola che in coppia

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    1. Ecco, questo mi fa tanta paura! Avere ancora tanta vita davanti e diventare più vecchia dell'età di mio marito.Le nostre esperienze sono accadute in momenti diversi della nostra vita: forse i nostri conti sono sbagliati entrambi, forse la durata non ha poi molto significato rispetto al rapporto. Quanti forse, Zefirina!
      ti abbraccio, marina

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  6. cara Mia, tutto quello che dici è una descrizione fedele della situazione. Anche Qualcuno, prima di ammalarsi, aveva capito. Era vero? chissà..
    la vita è piena di botole
    grazie per l'interesse, marina

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  7. Marina, non vorrei aver dato un'impressione di supponenza e di sottuttoio che non mi appartiene, anzi... Anche io, come Qualcuno, mi sono ammalata, e forse sono malata ancora, però ho lo sguardo consapevole, lucidissimo... Lo devo anche alle donne come te che mi hanno onorato della loro amicizia e hanno condiviso con me uno spazio, un percorso, una mail, un lutto, la poesia di San Martino... che adesso si avvicina e mi fa' sentire ancora più sola, e sempre sull'orlo della botola...
    Un abbraccio.

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  8. Cara Mia, niente supponenza e niente sottuttoio! Ho riletto la mia risposta e forse è difensiva. Volevo sottolineare lo stato di Q. in quello specifico momento della sua vita, stato che alterava qualunque equilibrio precedente nel rapporto coniugale. Sai, in questo momento della mia vita non è stato facile per me rileggere le mie pagine del 2009 e tornarci e parlare della coniugalità. Quindi sono poco tranquilla con me stessa. So che puoi capire.
    Rileggendo la mia risposta, quello che non mi è piaciuto è la chiusa: suona fredda. Invece provo per te affetto e voglio dirtelo
    ti abbraccio, marina

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  9. Una specie di personalità in multiproprietà... -:)))
    ciao ciao

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    1. È vero, "multiproprietà" potrebbe far parte del Lexicon :-)))

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  10. Voglio essere brutalmente sincera: la coniugalità è soltanto un ottimo compromesso. E (congiunzione) soltanto due rette parallele che non s'incontrano mai! E (congiunzione) soltanto una convivenza più o meno affettuosa, con una spruzzatina di educazione e di civiltà (quando c'è, se c'è, speriamo di sì) e un'altra spruzzatina di rassegnazione. In concreto, due infelicità che si fanno compagnia, più o meno inconsapevoli, dipende dal desiderio di ciascuno di voler vedere... Non conosco una donna felice, nella coniugalità, e se felice è un parolone, non conosco una donna serena, compiuta, compresa... E' così, inutile negare. Di più per le donne che per gli uomini, anche loro però abbastanza infelici. Solo che i coniugi, presenti/assenti/consapevoli/ciechi/assoluti/ingenui/insipienti, probabilmente non se ne accorgono, o non se ne vogliono accorgere, allora va da sé che le stritolate siamo noi, che, più o meno profonde, più o meno inclini all'introspezione, soffriamo, sbuffiamo, cerchiamo, discutiamo, riflettiamo, diventando (sì, è così) "pesanti" e sempre difficili da capire... e i coniugi vanno in Turchia..............
    Scusa, Marina, è per renderti merito, non per rubarti le parole...

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  11. Voglio essere brutalmente sincera: la coniugalità è soltanto un ottimo compromesso. E (congiunzione) soltanto due rette parallele che non s'incontrano mai! E (congiunzione) soltanto una convivenza più o meno affettuosa, con una spruzzatina di educazione e di civiltà (quando c'è, se c'è, speriamo di sì) e un'altra spruzzatina di rassegnazione. In concreto, due infelicità che si fanno compagnia, più o meno inconsapevoli, dipende dal desiderio di ciascuno di voler vedere... Non conosco una donna felice, nella coniugalità, e se felice è un parolone, non conosco una donna serena, compiuta, compresa... E' così, inutile negare. Di più per le donne che per gli uomini, anche loro però abbastanza infelici. Solo che i coniugi, presenti/assenti/consapevoli/ciechi/assoluti/ingenui/insipienti, probabilmente non se ne accorgono, o non se ne vogliono accorgere, allora va da sé che le stritolate siamo noi, che, più o meno profonde, più o meno inclini all'introspezione, soffriamo, sbuffiamo, cerchiamo, discutiamo, riflettiamo, diventando (sì, è così) "pesanti" e sempre difficili da capire... e i coniugi vanno in Turchia..............
    Scusa, Marina, è per renderti merito e testimonianza, non per rubarti le parole...

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  12. La brutalità è spesso verso di noi, ci serve per liberare il nostro pensiero: nulla da eccepire alla tua. La tua descrizione ha un solo punto critico: l'assolutismo. Non possiamo parlare per tutte le donne, tutte le vite, tutti i rapporti.E ti dirò, come i Romani, che il giudizio sulla vita(nostra e altrui) va rimandato all'ultimo giorno.
    Per il resto, quando si scrive e ci si fa leggere, tutti riplasmano o rubano le nostre parole, è un loro preciso diritto.La lettura è libera. A me piace che sia così. E mi piace un dialogo con chi mi legge. Saremo pure in quattro cinque ma per me resta prezioso!
    Circa i miei meriti, sapessi quanto si sono ridotti ai miei occhi..
    ti abbraccio, marina

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    1. Hai ragione sul punto critico che mi fai osservare: l'assolutismo. Lo riconosco e so che sa essere molto antipatico. Però, il suo fratello virtuoso "sospendiamoil giudizio", o la sua sorella bonaria "relatività", o l'altra sua più gradevole sorella "chissà... ci saranno delle altre e più buone ragioni", non ci aiutano nella lettura degli accadimenti, non danno valore all'esperienza, e ci tengono imprigionati in un limbo di però. Io penso che se adesso c'è il sole, c'è il sole; se stasera pioverà ci aggiusteremo con l'ombrello!
      La consapevolezza e la lucidità sono sempre straordinarie compagne: ci aiutano a scegliere, a comportarci, a fare finta, se è il caso, ma l'accadimento e l'accaduto quello è, razionalmente e anche saggiamente. Naturalmente è il mio piccolo e contestabilissimo pensiero, nessuna pretesa di indicare la strada. Io sono una donna pensante, e pesante! Ho imparato tante cose, ho sofferto, ho vissuto, e vivo. Credo a poco, non ho molta fiducia nel mondo, continuo a vedere giostre e teatrini ai quali i più si adeguano, pensando di vivere meglio e omologandosi all'ovvio e al banale: in una parola a quanto ci si aspetta, appunto, nel teatrino. Ho deciso di appartarmene, coltivo la mia solitudine e frequento solo chi mi trasmette qualcosa. Questo lusso non me lo leverà nessuno, anche se, ovviamente, pago i miei prezzi.
      Ciao Marina, è sempre un piacere.

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  13. Cara Mia,
    da "la consapevolezza e la lucidità" ecc fino alla fine del tuo discorso, sottoscrivo pienamente e con convinzione.Mi sento in totale sintonia con te.
    È il modo in cui affronti il "punto critico", punto importantissimo, che mi induce ad ulteriori considerazioni. Come alternativa all'assolutismo, che non è semplicemente antipatico, ma razionalmente, almeno secondo me, tu vedi o la sospensione del giudizio o il relativismo. Nè l'uno nell'altro mi appartengono. E direi che non appartengono a tutte/i. Sospendere il giudizio significa per me averne uno non esplicitato neanche a se stessi o, peggio ancora, tenerlo nascosto per quieto vivere, conformismo, reticenza, indifferenza... Quanto al relativismo è la mia bestia nera. Ha, in ogni campo, conseguenze sia potenzialmente che di fatto molto gravi.(penso a mo' di esempio al relativismo applicato alle mutilazioni sessuali delle bambine, di cui da diverse parti si dice che fanno parte di un'altra, legittima cultura e come tali vanno accettate, se no si diventa prevaricatori in nome della nostra cultura!). Il mio atteggiamento è invece quello di dire che la vita e i rapporti personali degli esseri umani non sono riassumibili in uno schema, neanche quando questo è, ad un'analisi, (lucida come la tua e che io condivido),storica, sociale, psicologica, ecc. verificabile, ragionevole, realistica, esatta (eviterei di dire vera per non trovarci invischiate nella discussione sul vero e verità, che ci porterebbero troppo lontano.) Dunque noi abbiamo un'analisi, sostenuta da tempo dal femminismo storico, che pienamente accetto. Ma, come mi sembra faccia tu, non si prevede nessuna eccezione, nella realizzazione. Non prevedi donne come te e me, non prevedi l'evoluzione dei rapporti inter-sessuali, non prevedi le lotte vincenti di tante donne, divenute con tanta fatica e dolore personale, emancipate prima e poi autonome, non prevedi trasformazioni sia del femminile che del maschile. Non rendi giustizia e, va bene, questo dovrebbe perdonartelo donna per donna o uomo per uomo e io non ho il diritto di parlare a nome di nessuno; Ma soprattutto descrivi una realtà statica, una condizione che è quasi una condanna ineluttabile, irreversibile. Io penso,invece, anche per le esperienze vissute o per quello che vedo accadere in tante parti del mondo, che le donne sono in perpetua lotta e il loro cammino, carsico, ma inarrestabile, esiste e opera trasformazioni, piccole, quasi impercettibili, ma attive e, a loro volta, trascinarne altre ancora e così via...Quello in cui divergiamo non è nell'analisi del passato e del recente, ma nello sguardo sul futuro. Tu non lasci speranza, io ne conservo ancora. Questo, almeno, è quello che sento nel tuo discorso. E, aggiungo, non c'è niente di peggio di uno sguardo senza speranza, perché uccide la voglia di battersi, diventa un'accettazione (anche inconsapevole, anche non voluta, anche esecrata)votata ad essere passiva. Œl mondo è così, fa schifo, prendiamone atto e via. (Scusa se semplifico così rozzamente). Questo, non mi trova d'accordo nel tuo discorso. La storia di donne e uomini ci ha dimostrato, io credo, che i cambiamenti, addirittura le rivoluzioni di costumi ecc sono possibili. Ci possono essere arretramenti, anche involuzioni, ma i bisogni sono più forti di ogni condizione, che prima o poi emergono, danno battaglia, avviano processi.

    Se ti ho fraintesa, scusami. Avevamo detto che la lettura è libera, no? :-)

    È davvero un piacere parlare con te
    con affetto, marina

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  14. Marina, ho paura di rubare troppo spazio e di dimostrare tutto il mio egocentrismo continuando a conversare con te, ma l'argomento è affascinante e cedo alla tentazione.. Tutto quello che scrivi è giusto, però (qui sta il punto dolente) è giusto nella Storia, nell'Universalità, nell'Etico, nel Divenire, nella Bellezza. Tutta roba che nel quotidiano NON ci appartiene, purtroppo. La non speranza non abita solo nel mio sguardo: abita negli uffici, negli ospedali, sui treni, sugli autobus, nei quartieri, nei salotti, nelle telefonate, nelle parentele, nelle relazioni, nelle giostre e nei teatrini: cioè la vita che si dipana minuto dopo minuti e che ci stritola.
    Io ho provato, ho provato, ho provato, ma la dimostrazione al mio teorema è stata sempre uguale, da qui l'appartarmi e la mia personalissima opinione che, purtroppo, ha testimonianze quotidiane.
    Certo, ci sono i poeti, gli scienziati, gli artisti, gli scrittori, i santi, gli eroi, ma sono lontani e nella nostra vita impattano pochissimo. Certo, c'è anche la religione e la fede e la voglia di credere in un universo migliore, ma quando penso alla Shoah il mio sguardo sale al cielo e insisto, dov'eri? dov'eri? dove sei? Eppure chi ci si nutre, ha una grande consolazione!
    Il nostro mondo piccolissimo ci racconta di egoismi, miserie, brutture, respiro cortissimo, apparire sfrenato, incuria e sciatteria. La politica, la Politica, l'imprenditoria, l'Imprenditoria, la classe dirigente, la Classe Dirigente, ha costruito un mostro orrendo che oltre a divorarci, ha stabilizzato e reso normale la cultura di oggi: cosa devo sperare?
    Grazie per l'affettuosa attenzione, sono momenti preziosi.


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    1. Mia, ti ho lett con piacere a e ti risponderò domani. Mi scuso ma oggi è stata una giornata molto pesante.
      intanto, un abbraccio :-)

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    2. Cara Mia, ho riflettuto sulle tue obiezioni. Una così sfiduciata visione della vita e del mondo riguarda anche me. Ma in me ci dev'essere qualcosa, qualcosa che proprio non so nominare se non ribellione, che fa sì che io,benché nell'assoluto veda il mondo come insensatezza e dolore, nel tempo piccolo di una vita, senta che c'è il bisogno assoluto di battersi, di apportare il proprio sassolino ad un limitato, circoscritto, minimo ma possibile cambiamento; per potermsene andare come alcuni sanno andarsene: affidandosi al nulla ma dichiarando:ho vissuto, ho visto, ho fatto, bene e male; ho avuto anche momenti buoni, ho visto tante cose di questo mondo, ho avuto tanti affetti, ho fatto la mia parte. A queste persone, semplicemente uomini io sento di dover rendere giustizia, alla loro dignità, al loro coraggio, alla loro lezione, che spero di riuscire a far mia fino alla fine. È così minima la differenza tra il tuo sentire e il mio, vorrei che te ne rendessi conto! Sta tutta e solo nella fine, nel modo in cui si accetta la fine, senza ricredersi o sconfessare ciò in cui si è sempre creduto, anzi avvalorandolo, dimostrando che al mondo, a quella vita che così bene descrivi, e che è tutto quello che abbiamo, si può riconoscere un valore, e che la si può lasciare con il dolore della separazione ma la tranquillità della consapevolezza. Come vedi io, come te, non parlo filosoficamente dei grandi sistemi, ma, sinceramente e dolorosamente, di esperienza che, in quanto tale, è verità. Ti voglio bene, marina

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  15. NON PUBBLICARE (ça va sans dire :-))

    Ciao cara, approfitto del tuo spazio per comunicarti il mio nuovo indirizzo: elletalarico@gmail.com
    Ho lasciato @iol perché era angusto e limitante, gmail è un altro mondo. Curioso che, dopo aver trasferito la mia rubrica, mi sia subito apparsa la tua '500 e il tuo nome, evidentemente google cattura immagini e tracce! Un altro mondo, appunto.
    Perdonami se ho monopolizzato un po' troppo, ma sei tra quelle rarissime persone, non più di tre, che stappano la mia ben sigillata cornucopia! Ciao, un abbraccio
    Lucia

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  16. Marina, quella citazione di Lacan mi è suonata come quella del DSM - come quando in una bella poesia avverto un passaggio in cui il poeta non è riuscito a dire poeticamente. Riguardo al detto, che le foto son tutte postume, alcune hanno certamente questa luttuosità, non tutte però, e, di seguito, ho pensato più o meno che tutta la memoria, allora, si esercita su ciò che non è più, o almeno non è più esattamente come era. E' un aspetto del flusso inarrestabile e noi lì a tentare d'arrestarlo e metterlo in prigione - ecco, altra visione delle fotografie: prigioni dell'attimo fuggente. Ma poi ho ricordato la sorpresa giovanile di quando appresi che la memoria è sorella siamese della percezione. Uno pensa: prima percepisco, poi ricordo. E' anche così, certo - percepisco, quasi sempre nomino, poi ricordo - ma non è solo così: nel momento in cui percepisco la memoria è già attiva e sta contribuendo in modo spesso decisivo alla percezione, l'organizzazione dell'insieme di sensazioni che vengono dall'esterno e dall'interno. Anzi, pare che la memoria sia tendenzialmente abbastanza tiranna: rischiamo di percepire ciò che infine vuole lei, e non ciò che vediamo, udiamo, tocchiamo, odoriamo - quale ho dimenticato? ah, i sapori - gustiamo. C'è anche, nella percezione, una tensione, una proiezione nel futuro, e anche quella fa la sua parte nella costruzione del percetto - non è detto che questa tensione abbia sempre buoni esiti sulla percezione di ciò che è. Quando c'è equilibrio, allora, come dicono gli orientali: c'è movimento nella quiete, e c'è quiete nel movimento. Le foto forse sono come le percezioni - ma non so continuare, tu invece ne saresti capace, vista la bellezza del tuo andar di parola dicente - tranne per il DSM e Lacan...

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  17. Caro Romeo, ti devo ringraziare perché se non fosse stato per te non mi sarei accorta di un enorme errore che ho fatto nella riscrittura e correzione del libro. Nel taglia e cuci e cuci e taglia la citazione di Lacan (che doveva essere una battuta scherzosa là dove Q. parla della incomprensibilità della sua lingua materna) è finita invece diversi paragrafi prima.Sono andata a rivedere la prima stesura e là dove tu hai trovato Lacan c'era invece Barthes,al quale ho fatto torto perché l'espressione è sua, da un libro sulla fotografia letto diversi anni fa'. Ma, corretto lo svarione, di cui mi scuso con tutti gli amici lettori,trovo molto interessanti le tue osservazioni su memoria e percezione e le tue riflessioni intorno alle fotografie. Concordo con te: i due riferimenti, a Lacan e al DSM, non hanno niente di poetico; ma io non mi sono mai proposta una scrittura poetica, bensì una scrittura ironica e autoironica. Posso aver fallito, ma la mia intenzione era quella e in questo contesto, la presenza di due riferimenti “alti” dovrebbe servire a creare un effetto se non comico, ironico. Come nel famoso esempio sulla comicità (di cui non ricordo più l’autore ☺)
    Josafat, Josafat (detto con drammatico tono implorante)... rendimi le mie matite colorate!(con tutt’altro tono).
    Ma c’è una domanda che, con franchezza, ti vorrei fare. Mi ha colpita infatti che le tue sole osservazioni critiche (in un testo che so meritarne molte ma molte), riguardino qualcosa di attinente alla tua professione. Forse c’è un po’ di noia del professionista che vede invaso irrispettosamente il proprio campo da un visitatore abusivo? Io non pretendo in alcun modo di pormi su un piano di informazione, o di esprimere giudizi, resto sul piano della soggettività, riferisco pensieri, sensazioni, riflessioni personalissime di una persona che scopre di essere stata “catalogata” o che riconosce una “sua” verità in un testo letto anni prima. Questo è il solo spirito con cui ho scritto quelle due citazioni. Le tue osservazioni, come tutte quelle ricevute o che riceverò, le considero preziose e me le sto segnando tutte. Le studierò, ci rifletterò, tanto il mio libretto andrà scritto e riscritto chissà quante volte! Mi sento grata per la tua lettura attenta, lo dico senza nessuna piaggeria; non è stato e non è facile mettere nel blog le mie pagine, ma vederle ignorate mi dispiacerebbe. (tutti noi che scriviamo, anche se diciamo di no, vogliamo disperatamente essere letti!)

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    1. Marina, non erano osservazioni infastidite nel senso che tu hai premurosamente temuto. Fastidio lo ho avvertito, sì, ma quello che si avverte quando uno sente una stonatura in un bel canto. E ho capito che, nel modo in cui tu vuoi usare quelle citazioni, possono certamente funzionare - ad effetto tipo comico, o ad effetto tipo straniamento alla Brecht.
      Comunque, posso avere una mia ipersensibilità del tipo che tu dici - per esempio, avendo avuto maestri in questo senso quando ero giovane, invito sempre fermamente i colleghi giovani a non usare mai linguaggio tecnico, né riferimenti d'autore, citazioni: o arrivano a saper dire con termini propri, da assimilazione e trasformazione in "cosa" personale di quei concetti, oppure è meglio che stiano attenti a ciò che sta accadendo in quel momento, perché c'è certamente qualcosa che sfugge, che produce ansia, e questa viene coperta, o goffamente contrastata con il tecnicismo o la citazione. Un ricordo, per farmi capire, di quelli "un giorno mi disse" - il mio primo didatta: "Le migliori analisi sono quelle in cui il paziente guarisce senza sapere perché."
      Però, non mi svii su un altro punto: hai subito approfittato del termine poesia per tirarti fuori, ma non ci riesci. Mica volevo dire che la tua è tecnicamente poesia. Ma è un andare alto. Per cui se mi sembra che hai preso una stecca, te lo dico, vista la qualità generale del canto. E tu mi dici: no, guarda che sta nello spartito, voluta dall'autore, che voleva qui ottenere un certo effetto.

      Buon appassionato lavoro!

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  18. Caro Romeo, sei come ti immaginavo nel tuo agire di terapeuta: capace di servirsi della tecnica professionale e non di servirla al paziente. E hai centrato il mio scopo, o tentativo. Ma rifletterò, non per modo di dire, sulla tua osservazione sul mio "prendere una stecca". Forse c'è un modo migliore di non tralasciare le scoperte che Q ha fatto su di sé in relazione alla "psico-scienza", un modo che eviti l'effetto stecca ma non tagli del tutto quei riferimenti che non furono semplici attimi ma comportarono riflessione. Lo cercherò.
    e intanto, grazie
    marina

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  19. Non so se ho capito bene, (e tu correggimi subito se sbaglio!), ma qui sembri narrare la scoperta di un inganno o di qualcosa che gli somiglia, esatto?
    Beh, con il dovuto riguardo, sempre necessario quando si parla di vicende personali, mi vorrei permettere di azzardare un'ipotesi sulla vicenda da te narrata, sottolineando che forse il Coniuge non fu allora poi così incauto, bensì forse inconsciamente addirittura speranzoso che tu leggessi quella corrispondenza. Proverò ora a spiegarti il perché di questa mia interpretazione, seguendo quello che è il mio personale e assolutamente opinabile tentativo di ricostruzione.
    Ecco, a me questa scoperta della corrispondenza di tuo marito fa pensare che forse lui potrebbe aver convissuto per gran parte del tempo con il dissidio tra "l'assecondarti" sic et simpliciter, (sia pure per vero affetto, beninteso), e il ritagliarsi degli spazi di libertà extra-depressivi.
    Però, prima di proseguire in questa mia ipotesi, devo premetterti che spero mai nessuna parola da me usata suoni neanche minimamente lesiva della tua sensibilità. Se anche solo una virgola risultasse fuoriposto devi dirmelo subito: ne avresti tutto il diritto e anche di più.

    Insomma, riprendendo il discorso, io credo che tu marito non abbia perpretato alcun inganno nei tuoi confronti, ma, piuttosto, si sia dibattuto tra le due ipotesi che t'ho detto poco fa, vale a dire l'assecondamento amoroso e il desiderio di fuga.
    Lo stesso, credo che le sue rinunce siano state fatte tutte per amore, (perché sicuramente ti amava), senza che però questo amore riuscisse mai a privarlo di un continuo tormento interiore, determinato dal desiderio di "evadere la tua malattia", (un desiderio normale, assolutamente comprensibile).
    Nonostante questo, non voglio attribuirti alcuna colpa per il tuo disagio,anzi: in realtà vorrei liberarti un po' dal tuo senso di colpa, facendoti notare quanto la vita, (intesa come "volontà/abbandono alla vita"), popolasse il mondo interiore di lui, convivendo faticosamente ma costantemente con il bene grande che ti voleva.
    Ma non è detto che, se lui si fosse "esposto" un po' di più alla vita, (facendo, per esempio, meno rinunce per starti accanto nei tuoi passaggi più bui), tu non ne saresti stata beneficamente scossa.
    A volte, lo dico per esperienza personale, l'amore ci induce a proteggere oltre misura chi amiamo e vediamo in difficoltà, rimboccandogli, senza neanche accorgercene, la coperta pesante del disagio, nella speranza che il risveglio dal guscio del dolore sia più sopportabile. In realtà, spesso, quella protezione, fatta di rinunce in nome dell'amore, non aiuta nessuno, né chi ha paura del risveglio, né chi si assume l'onere amoroso della protezione a oltranza.
    Io l'ho capito tardi: dare un limite alla dose di protezione dedicata all'altro è la migliore medicina ed è anch'essa una forma di amore, solo più coraggiosa, infinitamente più coraggiosa dell'accompagnare in silenzio. Perché dare un limite comporta dei rischi e non solo per l'amato, ma anche per chi ama: è una partita aperta, può sciogliere i nodi o può, banalmente, gettare l'altro nel panico dell'abbandono a sé stesso, al suo male interiore.
    Tu stessa, nella descrizione delle tue attività in attesa del ritorno di tuo marito, sembri confermare questa mia ipotesi.

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  20. parte seguente:

    Ecco, di una cosa però immagino tu sia già certa, nonostante tutto: lui ti ha amata così tanto da non riuscire a pensare di rischiare alcunché; si è sentito investito di una tale responsabilità d'amore nei tuoi confronti da confezionarsi un doppio, faticosissimo, binario di vita: quello del "vorrei fare" e quello del "devo farlo per Lei"
    E chissà come sareste stati entrambi se lui avesse accettato il rischio della "dose contenuta" di protezione amorosa.
    Ma questa è la vita, Marina mia: ci è data un'unica opportunità di scelta e spesso, per troppo amore, non sappiamo cogliere la migliore soluzione. Beh, magari, facendo tesoro dell'esperienza con una riflessione postuma, possiamo sperare di aiutare qualcun altro.
    Ti abbraccio e scusa la mia eventuale "ingerenza".

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  21. Cara Tez, c'è molta ragione nella tua ricostruzione e neanche una virgola che urti la mia sensibilità. Puoi ben immaginare quante volte io ripercorra la nostra vita insieme-mia e di mio marito- e quante domande io mi faccia oggi. Non so immaginare se un minor sostegno da parte di mio marito sarebbe stata una scossa benefica per me. Davvero non lo so. So che ho sempre sentito, non pensato, sentito, che il suo amore mi teneva in vita e la mia gratitudine era ed è senza confine.
    Circa il voler essere incauto da parte sua, ci ho riflettuto molto e credo che sia una ipotesi credibile.Forse, come dici tu, il desiderio di essere scoperto era ben nascosto nell'inconscio, e per questo mentì ma non impeccabilmente.
    Puntualizzo una sola cosa: io credo alla soggettività di chi si sente, e ingiustamente, ingannato, malgrado l'intenzione dell'altro. Purtroppo noi non portiamo i segni delle intenzioni altrui ma dei loro comportamenti. Ciò detto, trovo perfettamente plausibile che mio marito non abbia voluto ingannarmi ma solo affacciarsi su una vita meno mortificante di quella che conduceva allora per starmi accanto. Per amore, sì.
    Cara Tez, è bello parlare con te e ti ringrazio, marina

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  22. cara TeZ la seconda parte del messaggio l'ho letta solo ora e non riuscivo a pubblicarla, non so perché. Nessuna ingerenza, anzi è bello sentir percepire da un'altra persona - e te, con le tue sensibili antenne- l'amore che ho ricevuto.
    Sapessi quanto fa male perdere quell'amore. Ma basta così, tanto ci intendiamo
    ti abbraccio, marina

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