martedì 2 agosto 2011

sul pianto: tra scienza ed esperienza

Questa è la voce di Wikipedia sul pianto.

Per pianto si intende comunemente l'atto di produrre e rilasciare lacrime in risposta ad un'emozione, sia essa negativa (dolore), che positiva (gioia).

Queste due componenti, lacrimazione ed emozione, possono anche non essere compresenti. Nei neonati, per esempio, data l'immaturità del dotto lacrimale, si può verificare un pianto senza lacrime. Altre situazioni, invece, determinano spremitura della ghiandola lacrimale in assenza di un'emozione correlata, come l'inalazione di odori pungenti (cipolla) o l'innervazione della ghiandola lacrimale da parte di neuroni secretagoghi diretti primitivamente alle ghiandole salivari (definita "pianto del coccodrillo").
Infine, il cosiddetto "piangere dal ridere" descrive una situazione dove non è tanto l'emozione gioiosa a determinare lacrimazione, quanto il complesso delle attivazioni muscolari determinato dal riso.

Il piangere è stato definito come "un complesso fenomeno secretomotore caratterizzato dall'effusione di lacrime da parte dell'apparato lacrimale, senza alcuna irritazione per le strutture oculari",[1] in cui un collegamento neuronale tra la ghiandola lacrimale e le aree del cervello è coinvolto in un'emozione dapprima controllata. Si ritiene che nessun altro essere vivente oltre l'uomo possa produrre lacrime come risposta ai diversi stati emozionali,[2] benché ciò non sia del tutto corretto per diversi scienziati.[3]

Le lacrime prodotte durante pianti emozionali presentano una composizione chimica diversa dagli altri tipi di lacrime: contengono infatti un quantitativo significativamente più alto di ormoni prolattina, ormoni adrenocorticotropo, leu-enkefalina[4] (un oppioide endogeno e potente anestetico), potassio e manganese.[2]

Stando ad uno studio su oltre 300 individui adulti, in media gli uomini piangono una volta ogni mese, mentre le donne piangono almeno cinque volte al mese,[2] specialmente prima e durante il ciclo mestruale, quando il pianto può incrementare anche di cinque volte, spesso senza evidenti ragioni (come depressione o tristezza).[5] In molte culture è più socialmente accettabile per donne e bambini piangere che per gli uomini.[2]

Funzione

Sulla funzione ed origine delle lacrime emozionali non si è ancora trovata una risposta definitiva: le diverse teorie proposte spaziano dalle ipotesi più semplici, come una risposta al dolore provato, a quelle più complesse, compresa la comunicazione non verbale atta a "farsi comprendere" dagli altri.[6]

Per Ippocrate e la medicina medievale, l'origine delle lacrime era da attribuirsi allo stato umorale del corpo, mentre il pianto era percepito come una purificazione del cervello dagli eccessi umorali.[7] William James interpreta le emozioni come riflessi a priori del pensiero razionale, argomentando che lo stato fisiologico, come è lo stress, sia una precondizione necessaria per raggiungere la piena conoscenza delle emozioni come l'ira.

William H. Frey II, biochimico all'Università del Minnesota, ha dichiarato che le persone si sentono "meglio" dopo aver pianto, a causa dell'eliminazione di ormoni associati allo stress, e più specificamente degli ormoni adrenocorticotropo.[8] Questo, unito all'incremento delle secrezioni delle mucose mentre si piange, potrebbe condurre alla teoria che il pianto sia un meccanismo sviluppato nell'uomo per disporre di questo "ormone antistress" come valvola di sfogo quando il livello di stress accumulato è troppo elevato.

Recenti teorie psicologiche evidenziano la relazione tra il pianto e la percezione della debolezza.[9] Da questa prospettiva, la marcata esperienza di debolezza può spiegare in generale perché la gente piange.

E io? Che cosa posso dire io del pianto?

C’è chi non piange, ma piange dentro, senza singhiozzi o lacrime.

Anche questo è un pianto. Forse negazione, forse difesa, forse rimozione, forse solo temperamento e forza.

In ogni caso il pianto non può essere la prova richiesta per attribuire il titolo di vero addolorato a chi scioglie il suo corpo in lacrime mai sazie e negarlo invece a chi è ammutolito e secco dentro la sua disperazione; non è e non può essere una linea di confine tra un dolore e l’altro, uno forte e l’altro medio, uno cocente e l’altro blando; perché ci sono circostanze della nostra vita in cui non esiste un dolore e l’altro. Esiste il non dolore o il dolore e la sua voce suona sempre allo stesso modo, con le lacrime o senza le lacrime. Lo so, lo vedo nel mio gruppo, so di poterlo affermare.

Ma oggi è del pianto sciolto che voglio parlare, di questa risorgente fonte di disperazione che vive nel nostro corpo e che ci colma senza mai svuotarsi.

C’è un pianto che si vorrebbe controllare, trattenere, vietarsi. E trattenerlo fa male, controllarlo stanca e può divenire intollerabile. Non piangere consuma e brucia le energie di chi è colmo di dolore e vuole, ha bisogno, di farlo uscire da sé, di guardarlo fuori di sé, di toccarlo quasi, nel fazzoletto appallottolato stretto tra la mani. Ha bisogno di intriderne il proprio corpo, sperando quasi di vederlo sciogliere, di sentirlo assottigliarsi, svuotarsi, scomparire infine.

Infatti nel ritorno e ritorno del pianto, senza mai saziarsene, nel suo risorgere con tenacia infinita che non tiene conto del passare del tempo, c’è forse il segno di un desiderio non sempre consapevole, né confessato o confessabile, di vedere l’esaurimento del proprio corpo, un tentativo occulto di bruciarlo nelle lacrime, di affogarcelo, di spegnercelo.

Il pianto può divenire dolce, lo so. Ma quanti secoli ci vogliono?

L’affacciarsi del pianto, se qualcuno minimamente sfiora con il dolente la sorgente della sua disperazione, si chiama “commovibilità”. Gli psichiatri la testano, facendo domande al loro paziente. Se la commovibilità è scarsa si compiacciono, altrimenti scuotono la testa: “siamo ancora in pieno lutto” dicono al loro paziente.

Circa la durata del lutto esiste, sembra, una casistica. Si misura in anni. Tot anni per un padre, tot per una madre (sembra che siano di più). Tot per un coniuge e tra perdere un marito o una moglie sembra esserci differenza. Le donne indugiano nel lutto. Gli uomini sono più scattanti. Per un figlio il tempo non si misura. La casistica dice N.P. non pervenuto. Non pervenibile.

Ci sono numerose letture sulla perdita, sul lutto, sul pianto. Di valore diverso.

Se ne occupano ciarlatani, famosi analisti freudiani e junghiani, semplici testimoni, narratori, psicologi, santoni. Alcuni di questi libri possono servire sul piano della conoscenza, aprono qualche fessura di maggiore comprensione ma non asciugano nemmeno una lacrima.

Questo è quello che io so del pianto.

8 commenti:

  1. Sinceramente i miei condotti lacrimali sono rimasti asciutti. Probabilmente faccio parte di coloro che hanno il pianto secco e solitario, il dolore degli altri, anche degli umani per i quali ho grande affettività, non mi induce alle lacrime ma ad una maggiore serietà e compostezza. Così è finora ma una sera di un paio di anni fa, mentre guidavo e scendeva la sera mi sono messo a piangere. Senza un apparente motivo, senza prevviso congiunturale, senza un senso accettabile. Oggi conosco il motivo di quel cedimento. Una stretta di mano.

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  2. I miei condotti lacrimali sono sempre lubrificati, per gioia sopratutto perché mi tocca il cuore. Il dolore lo vivo in silenzio, a volte senza lacrime. Conosco l'effetto liberatorio delle lacrime e non le trattengo mai, ho solo il pudore di viverle silenziosamente. Non voglio che altri si intromettano nella mia emozione del cuore, voglio viverla per quello che è senza alcun giudizio o visione esterna.
    Beate lacrime, mi hanno salvato molte volte e mi salveranno ancora.
    Ivana

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  3. Quest'ora sembra attendere un evento,
    voi mi chiedete la causa delle mie lacrime.
    Non posso dirvelo: e' il segreto non ancora rivelato."
    Rabindranath Tagore

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  4. in piena commovibilità, insieme ai saluti, ti lascio un verso di Rilke

    "Le lacrime, le più profonde, salgono!"

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  5. Un pensiero per te, con affetto.

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  6. "Troppo pesante da sopportare: me ne voglio uscire.
    Voglio viaggiare a vuoto per far bene al cuore, tanto poi verranno le lacrime a consolarmi.
    Amatissima lacrime, dolore che si fa concretezza, che esce da dentro ma permane, che abbraccia, ricopre, a volte soffoca, ma comunque consola: è il dolore che si fa fisicamente conoscere.
    Quando finalmente arrivano le mie sorelle, le lacrime, mi si mettono d'intorno e mi avvolgono, e io mi sciolgo in loro. Il loro affetto non ha limiti, il loro abbraccio è fortissimo, il loro amore è costante. Grazie, lacrime: sempre così care e così pronte ad accorrere".

    Tereza, in un modesto, empatico contributo, datato:
    Roma, 20 giugno di molti anni fa.
    Ciao, Marina.

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  7. grazie Tez empatiche, come sempre.

    grazie agli amici che hanno pianto. la commovibilità non è reato...
    marina

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  8. Cicerone diceva: "Nihil arescit primum lacrimas", niente si asciuga prima delle lacrime.
    Alludeva probabilmente al pianto come dire?, a comando, quello che ci si sente in dovere di portare in scena di fronte agli altri.
    Una mia zia, ora quasi centenaria, racconta che quando le morì un figlio evitò di piangere in cimitero; pianse a casa perchè secondo lei la gente sembra che "con-soffra" con te, ma nel suo intimo... ride.
    Personalmente non so che cosa pensare del pianto. Io non piango quasi mai; ma sono semplicemente fatto così, non sono certo un duro.
    Ultimamente mi capita di commuovermi, questo sì.
    Per noi uomini (questione di educazione, spesso di tipo quasi militare)piangere è duro, anche se forse tante volte sarebbe parecchio liberatorio.
    Ciao.

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