lunedì 18 ottobre 2010

niente di irreversibile

Volevo chiudere il blog senza però cancellarlo, come ho visto fare a tanti altri blog. Ho provato ma non ho capito come si fa. In più ho letto i vostri commenti che mi suggeriscono di non fare niente di irreversibile. Perciò lascio tutto così com'è.
vi abbraccio, marina

venerdì 15 ottobre 2010

grazie e scuse

Cari amici, ho creduto di poter usare questo spazio per raccogliere i frammenti di pensiero che si formano nella mia testa in questo giorni. Pensavo di rassicurare chi ha dell'affetto per me. Ma ho capito che i miei pensieri possono creare turbamento e confusione. Del resto il mio bisogno di comunicare è tutto rivolto verso chi ormai non può ascoltarmi né rispondere.
Per questo lascio qui questo avviso per qualche giorno e poi chiudo il blog. Provo ad aggiungere "temporaneamente" ma davvero non so.
grazie a tutti e scusatemi, marina

giovedì 14 ottobre 2010

domenica 10 ottobre 2010

pensiero

Sforzarsi di ignorare il primo e il secondo pensiero di ogni risveglio

sabato 9 ottobre 2010

pensiero

Non ci avevo mai pensato ma vedova viene dal latino viduum, vuoto.

giovedì 23 settembre 2010

23 settembre

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Eugenio Montale

lunedì 2 agosto 2010

caro Professore



Giovanni Jervis (25 aprile 1933-2 agosto 2009)

Caro Professore, da un anno esatto la sua voce mi manca. Non posso farglielo sapere, là dove lei non è perché il silenzio avvolge ormai la nostra relazione.
Un tempo, anche quando non ci parlavamo di persona, io potevo sempre rivolgermi idealmente a lei e sentire le sue parole di risposta chiare e nette nella mia testa. Ora cerco la sua voce dentro di me e non la trovo. Ora che ne avrei più bisogno. Forse solo in questo difficile periodo della mia vita mi rendo veramente conto di quanto grande sia stata la mia perdita quando lei ci ha lasciati. Non mi sento abbandonata, no. Ma in una solitudine difficile di cui so che è davvero il banco di prova del suo e del mio lavoro: del nostro lavoro insieme. Oggi vorrei confermarle quello che di buono e di forte lei vedeva in me, perché è forse il solo modo che ho per renderle davvero grazie per il suo aiuto. Al lavoro sono ormai sola perché, Professore, questo posso assicurarle: Lei non è sostituibile.



sabato 31 luglio 2010

grazie!

Grazie per i suggerimenti. Ho cancellato e riscritto, ho presentato reclamo e ora è tutto a posto.

Segnalo la tradizionale indagine di Sogni & Bisogni sulle letture estive.

giovedì 29 luglio 2010

help!

I commenti recenti sul mio blog sono arretrati a novembre! Qualcuno di voi sa dirmi a quale indirizzo di posta elettronica posso indirizzare la mia segnalazione a blogger? Nella guida non ho trovato nessuna indicazione. Grazie!

mercoledì 28 luglio 2010

scappare, bisogna scappare...





Ho letto nella notte un piccolo libro che mi ha scossa come un grande libro e continua a turbarmi e com-muovermi. Si tratta di La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari, edito da Skira.
Cinque scarni capitoletti divisi da un gruppo di foto in bianco e nero e preceduti da una cartina geografica dei luoghi, pure in bianco e nero.
Il libro è apparentemente una cronaca -la cronaca dei quattro giorni in cui Tolstoj è in fuga dalla sua casa di Jasnaja Poljana e dalla moglie Sofia- ma è anche il romanzo di un rapporto e una riflessione sulla rivendicazione del proprio io.
Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1910 Tolstoj si accorge che Sofia fruga, come mille altre volte, nelle sue carte, tra i suoi diari e i suoi taccuini di appunti. È solo uno degli atti della guerra logorante che oppone Sofia e Lev dopo 48 anni di un matrimonio passato attraverso la passione, l'odio, la gelosia, la volontà di possesso e di annientamento. Lev ha 82 anni, Sofia 66 e i due si avvelenano reciprocamente la vita. Sofia benché sia la più spietata avvelenatrice è anche la più determinata a mantenere stretto il loro legame. Ma quella notte Lev si rivolta. Si dice che la misura è colma, e forse si chiede: Se non ora, quando? Così, nascostamente, nel cuore della notte, inizia la sua fuga che terminerà dopo quattro giorni nella piccola stazioncina di Astapovo, dove il 7 novembre morirà. Le sue ultime parole saranno: Scappare, bisogna scappare.
Il libro è un piccolo gioiello ma l'effetto che ha avuto su di me va al di là del suo valore letterario. Ha a che fare con me, perché tocca temi che mi agitano e mi si agitano dentro da sempre. Hanno agitato la bambina e l'adolescente, la ragazza e la donna e mai si sono sciolti o placati: il viaggio, la fuga, la libertà, il possesso pieno di sé, lo spazio dovuto alla propria interiorità, il diritto alla salvezza e alla rescissione dei legami; l'egoismo anche e la solitudine come unica patria sicura.
Per questo ho letto il libro in uno stato sempre più ansioso, sentendomi incalzata dagli inseguitori, come il mio amato Tolstoj mentre studiava itinerari, trucchi, strategie, diversivi per sottrarsi alla caccia della moglie e delle autorità del paese coinvolte nella ricerca dello scrittore, icona e mito di tutto un popolo.
Il vecchio che fugge, che sogna la lontananza e gli spazi, che sale sui treni come su un cavallo nervoso, che guarda gli immensi paesaggi gelati scorrere nella notte, che assapora l'aria dell'alba fredda e non riposa e si trascura e si ammala e ancora si spinge in avanti, fino a morire: ognuno leggerà a sua modo questa fuga improvvisa. Per qualcuno sarà un estremo tentativo di sfuggire alla morte, per altri una corsa decisa e convinta verso la morte, per altri ancora solo un episodio di una lunga battaglia coniugale conclusosi male per sventatezza o la rappresentazione ultima che l'artista dà della parabola della vita umana. Legga ognuno la metafora come crede.
Ma Tolstoj che si affanna e si guarda indietro, che cambia improvvisamente direzione del suo viaggio, che cancella dietro di sé le tracce del suo passaggio e si arresta solo quando è ormai febbricitante e stordito di freddo e di fatica è per me l'incarnazione di un bisogno di svincolarsi, che non ho mai soddisfatto ma che fino all'ultimo giorno della vita mi si agiterà dentro. Io ho tremato per Tolstoj in fuga, ho trepidato, ho avuto paura e speranza per lui e con lui mi sono guardata alle spalle. Quando ha pianto, ho pianto. Ma non credo no, che questa mia confusa aspirazione allo scavalcamento della mia vita e della sua strutturazione sia solo mia. Per questo mi sento di consigliare il libro, perché, anche se non con la mia stessa e probabilmente patologica veemenza, ognuno può forse riconoscere nella rivolta di Tolstoj un proprio impeto di rivolta e riconoscere che c'è un bisogno di libertà al fondo di ognuno di noi che può insorgere e farci agire anche al termine della nostra vita: che questo bisogno può maturare e farsi atto anche a 82 anni.
Ognuno può forse riconoscere con Tolstoj che scappare, bisogna scappare.





sabato 24 luglio 2010

ripescando

Ora solare (o anche "Il fiato")

Sotto il cielo celeste con piccole nuvole bianche appese qua e là Lei respira la fragranza della sua terrazza. Intanto dà corda ai pensieri colmando di coscienza fluttuante quell'ora che le è stata donata. Ieri sera, dallo schermo legislatore la voce ha detto: mettete indietro gli orologi di un'ora, e lei ha eseguito. Non c'è da compiacersi in festeggiamenti: tra qualche giorno il nuovo ritmo diventerà routine e il tempo tornerà a stringersi su di lei. La tenaglia inciderà ancora le sue tacche nella carne della sua vita. Ma quest'oggi c'è davvero un'ora in più. Lei la consegna al ricordo disordinato. La prima ombra a comparire è come sempre quella di Lui. Un gabbiano di città divide il cielo in due con un grido. Al di sopra resta la rarefazione delle speranze, i bisbigli delle illusioni, la parola futuro come sincopato messaggio pubblicitario. Lei li osserva con attenzione. Al di sotto c'è il suo corpo disteso al sole sul lettino verde da stabilimento marittimo e dalla posizione supina lei guarda ai portavasi aerei da cui spiove l'ultima fioritura di petunie. L'ultima fioritura, pensa. La palpebra destra prende a batterle in sussulti veloci segnalando l'incontro con l' improvvisa comprensione di un dato fin lì sfuggitole. Quest'ora in più, estratta dal tempo canonico, sfuggita quasi per miracolo alla quotidiana programmazione, mai scelta, subita piuttosto, l'ha portata a rispondere alla domanda sulla sua vita che non aveva mai tempo di porsi. Così Lei sale sul cornicione e si lancia nel vuoto celeste senza un fiato.

Lui si aggira inquieto nello studio solenne. Gli hanno restituito un'ora ma non sa come sottrarla al vuoto sterile in cui si sente precipitato d'autorità. Da non sa dove scaturiscono ricordi. Lui cerca di riportare nell'ordine, nello spazio apposito dedicato al trascurabile, i pensieri che lo agitano. Ma questi si precipitano incontenibili indietro nel tempo, quando ancora poteva scegliere tra l'ambizione dell'ascesa e lo sforzo di equilibrio con gli affetti. Gli affetti? L'amore. Per la prima volta lo chiama così, come non lo aveva mai chiamato. Questo il trucco che escogitò: non dargli mai nome "amore". Fu facile così troncare senza ripensamenti e incasellare anche Lei nel novero del trascurabile. Ma quella scelta, quella scelta ora morde in quest'ora che gli avanza. Così Lui apre con un'accelerazione cardiaca che lo spaventa quella vecchia agenda -terzo cassetto a destra della bella scrivania di avvocato di successo. Ne sfuggono due lettere che legge con un risorgere di sentimenti in espansione, che gli invadono l'ora e l'anima e le membra tese del corpo. Quest'ora in più sta disordinando la sua vita, liscia fin qui come una coperta ben tesa sul letto, o gliela sta ripresentando come un'alba promettente? Respinta la domanda inutilmente analitica, Lui afferra il telefono e compone quel numero vecchio ma forse non ancora troppo vecchio. Dall'altra parte neanche un fiato.

martedì 20 luglio 2010

domenica 18 luglio 2010

"pare che nun esistino dolori..."

"Uscire con te è come portarsi da casa la radiolina" mi ha detto il coniuge mattine fa'. Infatti io canto. Canto, sì. Salgo in macchina accanto al coniuge e canto. Lui c'è abituato, dice che quando salgo in macchina vengo presa dalla "cantarella". Canto di tutto. Alla mia mente si presentano le canzoni più improbabili, vecchi ritornelli che sentivo cantare da mia nonna, Come pioveva, porto il mantello a ruota e fo il notaio...pezzi d'opera che era mio nonno a cantare, di quella pira l'orrendo foco...classici intramontabili e recentissime top ten, successi degli anni sessanta e i bon bon di Jaques Brel, la colonna sonora di Oklahoma oh what a beatiful morning e canti di montagna, scempiaggini e il requiem di Verdi, Voi che sapete di Mozart e Siamo i Watussi... Io canto, anche in questi giorni canto. Amo essere scarrozzata in macchina -andare senza dovermi occupare del traffico, dei semafori, delle marce- e cantare. Il coniuge spalanca tanto d'occhi di fronte alla vastità e alla promiscuità del mio repertorio e anche se intono a voce spiegata Donna, tutto si fa per te... il suo aplomb non si scompone. Ogni tanto, quando intono stornelli boccacceschi, benevolo, si limita a scuotere la testa. Io canto.
Il canto è qualche cosa di strano, di inspiegabile, di profondo dentro di me. Un bisogno? Una malattia? Una fuga? Una sfida? Non lo so, ma canto. Sul Lungotevere semideserto io guardo il vecchio fiume e canto Er barcarolo va controcorrente... Ma anche, e non c'entra niente Tipi-tipi-tipso col calypso... Insomma non ho classe né cultura, sono solo un animale canoro che si affida al canto come a una parte del suo corpo, la meno nobile, la più immediata, una parte senza riflessione che non sceglie ma è scelta dallo spunto imperscrutabile di un momento, che affiora dal tempo, dallo spazio, da una vita di canzoni e canzonette e musica e non musica e ricordi e passato e lontananze.
Ogni tanto poi mi taccio. Ammutolisco. Mi piace anche essere scarrozzata e stare zitta. Guardare fuori del finestrino e farmi assorbire da questa città così amata e così deludente. Così grande e così piccola e provinciale; così feroce e volgare e sporca e confusionaria; dalla sua gente indifferente e appassionata, sciatta, immemore, inconsapevole, egoista, sprezzante, presuntuosa, ignorante...la mia gente, che mi tradisce ogni giorno e che nel mio cuore ogni giorno tradisco.
E mi commuovo per la bellezza antica e residuale di questo cimitero di storia, mi viene da piangere per i suoi pini, per le sue pietre, per le palme improvvise, per i tetti incendiati dal sole. L'amo, l'amo troppo, l'amo e non vorrei amarla, l'amo e la detesto, tronfia, oscena, col suo barocco erotico, la memorabile bellezza dei suoi archi e delle sue colonne, le pietre dissestate del suo selciato traditore, il caldo del sud, la luce mediterranea, i mille segni del potere, il gergo che circola da bocca a bocca e il fiume, sporco, e vecchio e stanco...stanco? Ci seppellirà tutti. O amato Tevere che porti le tue acque nel porto imperiale, lì alle bocche antiche, o fiume eterno come questa città malata e indegna e trascurabile ormai sul palcoscenico di ogni nobile attività umana, a toccare le tue acque si rischia di morire. Ma lasciarcisi andare è, in almeno un momento della sua vita, il pensiero nascosto e rapido e sospiroso di ogni romano. Il fiume lo sa mentre attraversa lento la città e questa è come i suoi tassinari: pronta all'invettiva, all'imprecazione volgare, e intanto pavida, ossequiente, scaltra, calcolatrice. Arrogante nella fortuna, distratta nella cattiva sorte.
La mia città, il mio posto. Lo amo il mio posto sì, portatemi in giro per la mia città, scorrazzatemi vagabondando, piangerò di gratitudine, di vergogna, di commozione, di rabbia.
Di amore. E canterò. Diventerò seria e pensosa e canterò pescando dalla canzone romana con la meno educata delle mie voci. La tradizione della canzone popolare romana non è degna di essere confrontata con quella napoletana, lo so, ma è ricca, varia, intensa e contiene piccoli e grandi capolavori. E comunque io l'amo. E la visito pescando in profondità ignote e cantando come cantava mia madre e mia nonna e mio nonno "Nina si vui dormite sognate che ve bacio che v'addorcisco er sonno cantanno adacio adacio...
Io canto e "pare che nun esistono dolori... Canto e "er canto mio se perde tra le fronne...




Nde 'sta nottata piena de dorcezza
Pare che nun esistino dolori.
Spira un ber venticello ch'è 'na carezza
Smove le fronne e fa' sboccià li fiori.

Nina, che voi dormite,
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
il canto mio se perde tra le fronne.

Nina si co' 'sto canto, io v'ho svejata,
Vi prego di volermi perdonare
L'amore nun se frena, o bimba amata,
Perché nun è peccato a fa l'amore

Nina, si voi dormite,
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
Er canto mio se perde tra le fronne.

venerdì 16 luglio 2010

reato "linguistico"

La Corte Suprema croata ha confermato la condanna a cinque mesi di carcere per lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic per aver definito "talebani cristiani" alcuni scrittori nazionalisti serbi, croati e bosniaci che con i loro scritti, sostennero, diffusero, caldeggiarono il nazionalismo più ottuso e feroce contribuendo a fomentare le guerre balcaniche. «Sugli uomini della penna ricade la colpa di una parte preponderante di quello che è successo» scrisse Matvejecic che nello scritto incriminato parla delle condizioni delle democrazie dell'est europeo le"democrature", un connubio ambiguo tra democrazia e dittatura, e delle pericolose conseguenze che l'odio fomentato dai diversi nazionalismi ha lasciato dietro di sé dopo le guerre etniche dei Balcani degli anni '90. A seguito della querela di uno di quegli scrittori definiti "talebani cristiani" lo scrittore bosniaco è stato condannato.
Di Matvejecic io ho letto il bellissimo "Breviario mediterraneo" che consiglio a tutti quelli che non lo hanno letto.
“Siamo abituati a perdere. Ogni giorno qualcuno intorno a noi si allontana o sparisce, un’amicizia o un amore impallidisce o si estingue, la morte si porta via uno dei nostri. Perdere fa parte del nostro destino. Però è raro perdere un paese. A me è capitato. Non parlo di uno stato o di un regime, ma proprio del paese dove sono nato e che, ancora ieri soltanto, era il mio. Non c’è più. Ho amato la Jugoslavia intera, indivisa, unita, senza peraltro essere un nazionalista jugoslavo. Ho fatto miei in uno stesso tempo l’Adriatico e il lago di Ohrid in Macedonia, le Alpi slovene e le rupi montenegrine. Ho considerato serbi e croati come fratelli, in particolare quelli tra loro che, come me, si opponevano allo sciovinismo serbo e croato. Non perdonavo a costoro di disprezzare i bosniaci, di volerli asservire o convertire. Mi sentivo a casa mia in Vojvodina, in mezzo a tante minoranze nazionali, e ho avuto un mucchio di amici nel Kosovo, tra gli albanesi. Mi davo da fare quanto potevo per essere di sostegno a un piccolo gruppo di italiani rimasti in Istria dopo un tragico esodo, così come ai nostri zingari, dispersi in ogni dove. Gli zingari furono numerosi nel mio paese: qualche volta mi facevo passare per uno di loro”.

Predrag Matvejevic

piccole gioie

Questa è la mia produzione di pesche. Anche se molto ridotta rallegra il cuore e anche il palato: sono dolcissime.



giovedì 15 luglio 2010

quanto basta

Ci dicono che la paura serve, che la paura è nostra alleata. Che è un segnale d'allarme che proviene dal nostro cervello e ci investe totalmente e ci parla: ci dice che dobbiamo mobilitare le nostre energie, acuire le nostre capacità, dare il meglio di noi stessi per affrontare un rischio, un pericolo, una minaccia. Ben venga la paura, ci dicono.
Ci dicono anche che la paura non deve però farla da padrona, che c'è una quantità/qualità di paura buona e una quantità/qualità di paura cattiva. Un po' come il colesterolo. Di paura occorre averne quanto basta. Non un briciolo di meno, non un'oncia di più.
La paura corre su un crinale. Di qua mobilita, di là paralizza. E noi stiamo in bilico su quel crinale.
Non ci resta che munirci del bilancino dello speziale e procedere.

venerdì 9 luglio 2010

non so:dunque non sono.

Dal numero di giugno della lettera mensile di Ettore Masina.

1. Non so: dunque non sono

Anche al di là dei limiti posti alla magistratura e ai mass-media dalla legge-bavaglio approvata al Senato per diktat di Berlusconi, e ora avviata alla Camera, l’aggressione alla libertà di informazione minaccia l’essenza stessa della democrazia e delle libertà personali.

“Sono informato e dunque sono” : è la storia a suggerirci questa constatazione. Ancor più evidente è la versione negativa. E cioè: “Non sono informato e dunque non sono, non esisto”. Penso ai milioni e milioni di persone che nel secolo scorso andarono a morire nel nome di ideali che in realtà erano traditi da chi li mandava al massacro: essi, i poveri soldati o i costruttori di opere faraoniche senza senso, o i lavoratori convinti che i padroni avessero sempre ragione e che dunque bisognava accettare salari di fame o che per andare in paradiso bisognava rassegnarsi alla miseria, tutti costoro furono vittime di mancanza di informazioni sulla realtà. La loro icona più celebre e più dolorosa è quella dei tre o quattro soldati giapponesi, che continuarono a vivere per trent’anni nelle giungle di qualche isola dell’Estremo Oriente, in una spaventosa solitudine e regrediti allo stato di uomini dell’età della pietra, perché mancavano di due informazioni essenziali; che il loro imperatore non era un dio invincibile e che la guerra era terminata.

Non sono soltanto realtà lontane negli anni e nei secoli. Milioni di esseri umani muoiono oggi perché le grandi imprese farmaceutiche negano informazioni sui farmaci che potrebbero salvarli. Milioni di esseri umani non sono in grado di sviluppare i loro talenti perché l’analfabetismo li priva delle necessarie informazioni sugli strumenti per svilupparli: a ragione Saint-Exupéry parlava di “piccoli Mozart assassinati” : un immenso giacimento culturale ed etico ridotto a cimitero.

Senza informazioni o con informazioni ridotte o con informazioni falsate non esistono vere democrazie. Non è possibile, infatti, valutare idee programmi persone, dunque non è possibile scegliere, non è possibile verificare i risultati delle proprie scelte. La mancanza di informazioni copre potere occulti, criminalità, massonerie, superstizioni. Chi manca di informazioni si aggira in un labirinto costellato di trappole, in cui la luce del sole non penetra mai.

Chi ci nega informazioni sta dicendoci: tu non sei degno di sapere, sei incapace di comprendere, sei un immaturo, sei una persona di serie B ( o C o peggio); hai bisogno che ti dica io cosa devi sapere e dunque cosa devi pensare. Ogni censura è un coltello alla gola della nostra libertà. Chi ci nega informazioni è un nemico, uno che cerca di diventare nostro padrone – o di rinsaldare il suo potere.

Non possiamo sperare di ricevere informazioni veritiere per sovrana concessione. Anche le notizie che ci vengono date o che abbiamo appreso non sono verità assolute. Abbiamo bisogno di verificare le fonti delle informazioni raccolte, di pesare le notizie confrontandole fra loro. Dobbiamo ricordarci che le voci di chi “non conta”, di chi è povero, di chi ha fame e sete di giustizia sono spesso esili o imbavagliate. Cercare informazioni è un lavoro difficile ma significa cercare la verità, che è la missione del giornalista ma anche di ogni uomo.

Mentre rifletto su queste elementari verità, leggo un drammatico rapporto sulle vendite calanti dei quotidiani italiani: in un anno -9 per 100. Mi figuro la gioia di Berlusconi nell’apprendere questa notizia: non ci ha appena proposto di scioperare contro i giornali, rei a suo dire (anche quelli di sua proprietà!) di remargli contro?

Il problema della mancanza di informazione e dunque della gracilità della nostra democrazia è dunque allarmante, a prescindere dell’offensiva berlusconiana, Siamo da sempre il fanalino di coda del mondo democratico quanto a spese per le nostre letture. La crisi economica ha aggravato ulteriormente il fenomeno. Se bisogna tagliare il bilancio famigliare eliminando le spese “meno necessarie”, è quasi automatico per moltissimi, cominciare dall’acquisto di giornali e di libri: “tanto c’è la televisione”. Ridursi al piccolo schermo, non sembra, a troppi, una privazione dolorosissima: non ti passano forse, Rai e Mediaset, notizie e intrattenimento? L’altro giorno, per l’appunto al video, il governatore del Veneto, Luca Brillantina Zaia, ci spiegava che 13 milioni di famiglie italiane sono al livello di povertà; si può pensare che questi nuclei possano permettersi 25 o 26 euro di spesa al mese? Dunque, soltanto 3 milioni circa di quotidiani venduti ogni mattina per 47 milioni di cittadini con diritto di voto. Un’ enorme riserva di caccia per il Cavaliere e i suoi bardi: il giulivo Capezzone, l’onesto Minzolini, il roseo Bondi, il carezzevole Bonaiuti, l’imparzialissimo Vespa, il moderato Emilio Fede (si cerca di ridere per non piangere)…

E non va dimenticato che le statistiche più serie ci avvertono che gli italiani analfabeti (primari o “di ritorno”, per lo più anziani e meridionali, ma non solo) sono almeno 2 milioni e mezzo. Anche in questo caso l’ importanza della scuola incrocia tutti i problemi del nostro paese. Ma la mia sensazione è che insegnanti e giovani siano ancora lasciati troppo soli, a reggere le cretinerie della Gelmini, i tagli iconoclasti di Tremonti e l’incultura casermizia di Silvio Berlusconi.

mercoledì 7 luglio 2010

I, jo, moi, ich, io...blogger europeo



WIKIO.IT, il motore di ricerca compilato direttamente dai propri utenti e che fruga anche nel materiale pubblicato sui blog, tempo fa mi ha invitata a partecipare ad una sua nuova iniziativa: la costruzione della prima Rivista dei blog europei. In pratica si tratta di dare la propria disponibilità a che qualche proprio post (selezionato da Wikio stesso nel nostro blog) venga tradotto in francese, inglese, spagnolo e tedesco e pubblicato su tutti i siti europei di Wikio (wikio.fr, wikio.es, wikio.de e wikio.uk). Le traduzioni non sono opera di software di traduzione automatica ma frutto del lavoro di persone esperte.

Quando ho ricevuto l' invito, pur lusingata, ho pensato che nel mio blog avrebbero trovato ben poco materiale "esportabile" perché l'informazione, soprattutto politica, l'avrebbe fatta da padrona. Ho capito poi che il concetto di Rivista sarebbe stato rispettato. Infatti gli articoli scelti fin qui oltre ai temi politici, sociali o letterari accolgono spunti e riflessioni personali capaci di coinvolgere l'attenzione di utenti di altri paesi e stimolare commenti e dibattiti.

Io ho visto pubblicato sui siti europei il mio piccolo post "elogio del giallo" che è già stato tradotto in francese e inglese ed è in corso di traduzione nelle altre due lingue. Le traduzioni sono molto accurate e vivaci, io ne sono pienamente soddisfatta. Potete farvene un'idea qui (in francese) e qui (in inglese).

Penso che ci si possa autonomamente proporre all'attenzione di Wikio se si ha voglia di contribuire alla Rivista con il proprio blog. In ogni caso a me sembra una bella iniziativa e ringrazio gli amici di Wikio per la loro attenzione. Spero di continuare a meritarla anche se in questo periodo scrivo poco e male.

martedì 6 luglio 2010

38 gradi all'ombra


Se avete molto caldo
prendete un ramoscello di follia
e piantatevelo negli occhi.

Consiglio di Alda Merini
da "aforismi e magie"
BUR Rizzoli - 2009

domenica 4 luglio 2010

"nessuno è ordinario" parola di Alice

Cari amici, vi ringrazio tutti per le vostre parole di affetto. Mi commuovono. In questo periodo i sentimenti si alternano e si accavallano e uno scaccia l'altro. La confusione del mio cuore è grande. Nei momenti di scoraggiamento sento un più forte bisogno di comunicare ma prometto che vi farò partecipi anche dei momenti di speranza. Sulla speranza in questi giorni ho riflettuto molto. Sono ammirata da questo straordinario meccanismo psichico che ci dà la forza di affrontare le difficoltà.




Ho iniziato questa giornata già piuttosto stanca perché ho passato quasi tutta la notte a leggere. Alice Munro, Il sogno di mia madre. Sono otto racconti lunghi, scritti magistralmente. Tutte le storie sono in un certo senso incompiute e si lasciano dietro un punto di domanda. Suggeriscono l'idea che ogni vita è incompiuta ma anche quella che in ogni momento ci può essere una svolta e che questa è preparata da segni quasi impercettibili. Ma Alice Munro li percepisce e ce li fa avvertire. Del resto ha scritto che lo scopo della sua scrittura è riuscire a far sì che "il lettore assista a qualche cosa di straordinario, non per quello che succede ma per come succede." È il come che le interessa perché è il come che rende straordinaria la vita, anche quella più ordinaria. Perché, ci dice la Munro, "la vita ordinaria è tutt'altro che ordinaria".
Buona giornata a tutti noi.

mercoledì 30 giugno 2010

conservazione

Ci sono circostanze in cui tutti i desideri si spengono, tutte le fantasie, i sogni, le ambizioni, le passioni, le fantasticherie e via e via dicendo, semplicemente ricadono su se stesse atone, ottuse, più che spente, assenti. E resta solo il desiderio della conservazione della propria realtà. La sola, l'unica cosa che si desidera, e che persino ci si ricorda di aver mai desiderato, è che tutto si conservi così com'è. Con le sue incongruenze, le sue delusioni, le sue insoddisfazioni, con i problemi e le difficoltà e le lacerazioni e le rabbie; e le malinconie e il dolore presente, persino. E questo ci sembra di poterlo sostenere in eterno purché non ne sopraggiunga un altro.
Ogni nostra energia è concentrata solo nel trattenere la nostra realtà presente, così com'è, esattamente così com'è. Non ha alcuna importanza quanto difficile o dura o spaventosa o lamentevole essa sia. Quello che si desidera è solo che resista, che permanga, che ce la faccia a restare così com'è. Sentiamo di poterla tollerare in eterno purché non sopraggiunga un'altra e più spaventosa realtà. Ha dell'incredibile quanto possano ritirarsi i nostri desideri, come un panno troppo strizzato in acqua troppo calda, rimpicciolirsi, ridursi e ridursi, stringersi all'essenziale: che tutto si fermi, qui e così. E tutte le nostre energie sono solo conservative, perché conservare è la cosa che prima di ogni altra i nostri geni hanno imparato e portano iscritto in sé. Qualunque orizzonte perde di fascino, della minima attrattiva, di sapore, colore, odore. Il più fulgido dei giorni futuri ci lascia indifferenti. Conservare è il solo grido che promana dal nostro essere. Conservare il presente, proteggerlo, difenderlo, fargli scudo col proprio corpo. E se guardiamo a quelle costellazioni che fino a poco fa chiamavamo i nostri desideri, le vediamo fredde e lontane, nel buio senza confini del nostro timore e il cielo della nostra esistenza ha un unico astro amichevole: l'oggi faticoso, affranto, difficile ma noto che ci stringiamo al petto.


giovedì 24 giugno 2010

recente scoperta


NEL 2001 ERA COSì.


POI È DIVENTATA COSI

POI COSI


QUANDO LE PIANTE AVRANNO RAGGIUNTO I PREVISTI 12 METRI FORMERANNO UNA VERA VOLTA COME IN UNA CATTEDRALE GOTICA.

E poi?
E poi il bosco presumibilmente avvolgerà la cattedrale di piante, la farà sua, l'ingloberà nel suo abbraccio vegetale. Nessun rimpianto da parte dell'artista, Giuliano Mauri, che ha dell'effimero un concetto più ampio di quello comune. Benché io sia appassionata amante delle testimonianze dell'arte classica ammetto che un'opera d'arte che ridiventa natura è non solo più eterna del marmo ma anche più viva. E penso che una chiesa che respira, verde nel verde, e cresce e muore e continua a vivere in altra forma esprime una spiritualità meno artefatta di tante sontuose cattedrali.

La cattedrale vegetale si trova in Val di Sella, nel Trentino.


mercoledì 23 giugno 2010

piccoli mostri crescono

Siedo nella sala d'attesa della pediatra di Tommaso, di fronte a me quattro sedie vuote. Tommaso siede di fronte a me. Sedie libere tre. Entra una giovane mamma con una bimba di circa quattro anni e con tata indiana al seguito. Le due donne siedono, e la bambina trotterella nella stanza. Resta libera una sedia. La bimba prende una palla dal cesto dei giocattoli e la mamma si alza e prende a giocare con lei. Sedie libere due. Entra una Seconda mamma con due bambini. Età presunta sei e otto anni. Tommaso si alza, non per cedere cavallerescamente il posto ma, credo, per stare più vicino a me. I nuovi arrivati siedono tutti e tre, occupando anche la sedia della Prima Mamma. La tata resta seduta. Sedie libere nessuna. La bambina dà immediatamente segni di irritazione. Prende la madre per i calzoni e la porta di fronte alla sua ex sedia ora occupata dal bambino di sei anni.
Insiste perché la madre si sieda facendo alzare il bambino. La madre sembra dilaniata dal desiderio di soddisfare la richiesta della figlia e l'imbarazzo. La Seconda Mamma è assorta nei suo pensieri, siede un po' accasciata sulla sua sedia e ignora del tutto la faccenda. Allora la Prima Mamma fa alzare la tata. Ma non si siede, lascia vuota la sedia e la bambina raccoglie da terra la borsa materna e apparentemente soddisfatta la piazza sulla ex sedia materna. Nessuna sedia libera. Riprendono a giocare. Il bambino di sei anni si alza e va a frugare nel cesto dei giocattoli. Quando torna indietro la sua sedia è occupata. La bambina ci si è seduta e vuole continuare a giocare a palla con la mamma stando seduta: ha ripristinato esattamente lo stato dei luoghi prima dell'ingresso della Seconda Mamma con i due bambini: due sedie per il suo clan. La Prima Mamma ride, un po' imbarazzata, un po' compiaciuta dalla scaltrezza della sua pargola. Il bambino di sei anni è un po' sconcertato, poi filosoficamente si siede in terra. Il fratellino più grande si alza, lo prende in braccio e si risiede. La Seconda Mamma è sempre più assorta. In piedi accanto a me, Tommaso è intento ad osservare. Entra una Terza Mamma, con un bimbo di pochi mesi in braccio. Scorge la sedia occupata solo da una borsa e si guarda intorno per chiedere che venga liberata. La tata si affretta a togliere la borsa della sua datrice di lavoro e la Terza Mamma si siede. La bambina si alza impetuosamente, strappa la borsa di mano alla tata e si piazza di fronte alla Terza Mamma scandendo bene: è la sedia di mamma. La Terza Mamma le sorride benevola e prende a trastullare il piccolo. La Seconda Mamma ignora la faccenda, la Prima Mamma si china verso la figlia e le dice: "Non vedi come è piccolo questo bambino? Su giochiamo, mamma non si siede." Ma la piccola proprietaria di sedie, oltre che scontenta, è tenace. Resta lì di fronte alla Terza Mamma che è tutta presa dal suo bambino. "Non voglio giocare, replica alla mamma, voglio che tu stai seduta vicino a me. Giochiamo sedute." Io, che da tempo avrei sbattuto fuori della finestra mamma e figlia, fremo e mi mordo la lingua. Entra una Quarta Mamma con un bambino sui nove, dieci anni. Restano in piedi sulla porta. Mi alzo perché tocca a noi entrare dalla dottoressa.
Durante la visita scommetto fra me e me che la Prima Mamma si è seduta al mio posto. Quando usciamo invece la situazione è questa: la mia sedia è occupata dalla Terza Mamma col piccolo di pochi mesi. La bambina è riuscita in qualche modo a farle cambiare posto e ora siede accanto alla madre nelle due sedie occupate all'inizio. La Quarta Mamma siede accanto a loro. La tata è in piedi con la borsa della sua datrice di lavoro. La Seconda Mamma siede al suo posto e i due fratellini sono in piedi. Mi avvio lentamente verso il tavolo della segretaria continuando a guardare la scena. La Prima Mamma e la bambina si alzano per entrare dalla dottoressa. La bambina lo fa a malincuore, volge lo sguardo indietro verso le sue sedie. Con un sorriso dolcissimo la Seconda Mamma, che era molto meno assorta di quanto io credessi, si china verso di lei e le fa: Vedi, non puoi portartele appresso. Mentre scendiamo per le scale Tommaso fa un solo commento: Era antipaticuccia quella bambina. E la mamma era più antipaticuccia di lei, confermo.

martedì 22 giugno 2010

per claire ulrich di Wikio

Ciao Claire, la mia mail è emmepi43@mclink.it. Compare nel mio profilo.
Sono contenta di entrare nel mondo wikio!
buon lavoro, marina

domenica 20 giugno 2010

parole da salvare/quattro

Lo capisco, non è fondamentale. Forse suona un po' come un impaccio nel discorso. Ma io amo molto allorquando. Malgrado la sua aria un po' vecchiotta (del resto lo usiamo dal 1261!) io ne difendo l'assoluta precisione. Allorquando non è come dire quando. È piuttosto "proprio quando", "nel momento in cui" e quindi ad usarlo il discorso è più preciso e anche più lesto. Anche lesto se ne sta andando in disuso. Peccato, ha un così bel suono, quasi onomatopeico, sembra il fruscio di un gatto che scompare dietro l'angolo lasciandoci solo intuire il suo passaggio.

Lesto lesto allorquando si allontanò.
Rimpiangeremo il giorno in cui se ne andò...

sabato 19 giugno 2010

ode al libro

Pensierino dopo una notte di lettura (Tempo d'estate di John Coetzee)

Se sapessi scrivere inni alla maniera di Manzoni, accoppiando due senari autonomi in un dodecasillabo potente, scriverei un inno al libro. Se avessi familiarità con l'endecasillabo ipermetro di Montale, pure scriverei un'ode al libro. Qualunque dimestichezza avessi col versificare l'userei per lodare il libro. Perché dal libro si vede il mondo (come sembra suggerire Quint Bucholz) e sé stessi nel mondo. Nel libro riposo e mi ritempro, mi rifugio e mi metto in salvo, cresco e scaccio la mia povertà, mi cullo e mi risveglio, torno a me e trovo la forza per tornare al mondo.
Finché esisteranno libri da leggere sarò salva.


venerdì 18 giugno 2010

cosa sogna Josè?


"Dormì ciascuno come poté, con i propri sogni segreti, ché i sogni sono come le persone, magari simili, ma mai uguali e tanto poco esatto sarebbe dire Ho visto un uomo, come Ho sognato dell'acqua che scorreva; non basta questo per sapere che uomo era né che acqua scorreva, l'acqua che scorreva del sogno è acqua solo del sognatore, non sapremo che cosa significa scorrendo se non sappiamo che sognatore sia questo e così andiamo dal sognatore al sognato, dal sognato al sognatore..."

Josè Saramago si è addormentato un'ultima volta ieri a Tias. Aveva 87 anni. Era visionario e combattente, militante e poeta, irregolare e rigoroso. Ha saputo trasformare la Storia in visioni e sostanziare le visioni nella Storia. Era scandaloso quanto si può e quanto, secondo la sua opinione, si deve.

giovedì 17 giugno 2010

conflitto di interessi

Consentitemi un piccolo conflitto di interessi. Voglio presentarvi il libro di mio marito.
Ugo Petrossi: Le alghe: un viaggio a ritroso nel tempo. Editore Aracne, Roma.
Il libro risponde a due sue grandi passioni: il mare e la biologia. Unite al suo amore per il disegno. >Le illustrazioni infatti sono tutte sue. Nel libro Ugo ripercorre l'evolversi della vita nelle acque del pianeta e la sua prepotente emersione "contro le difficoltà di un mondo deterministico da un lato e un mondo in preda all'arbitrio e al caso dall'altro." È un testo rigorosamente scientifico (non posso dire di averlo compreso tutto) ma è anche una storia avventurosa che illustra le strategie attraverso cui le prime forme di vita si sono radicate sulle terre emerse e poi diversificate dando luogo alla ricchezza del nostro mondo. Il libro, pubblicato da una piccola casa editrice romana, è stato selezionato come finalista del premio internazionale "Il libro del Mare 2010" del Comune di Sanremo, nella sezione Saggistica.
Il premio non è dei più noti, ma è molto serio e vanta partecipanti e vincitori prestigiosi come Daniele Del Giudice, Claudio Magris, Predag Matvejevic, Gian Antonio Stella ed altri. La premiazione avverrà sulla Amerigo Vespucci, il bel veliero nave scuola della Marina Italiana.


rinforzi/rinforzare

Guardavo il muro rinforzato agli spigoli da quei rivestimenti in acciaio o plastica che si mettono sugli angoli per proteggere le pareti dagli urti ed evitarne la scalfittura. Rinforzi analoghi vengono messi nelle sale d'attesa degli uffici dietro le spalliere delle sedie, per evitare che rovinino il muro. Ne capisco la funzione. Evitano quel brutto effetto di sbrecciato che si produce a forza di urti e la spesa conseguente per rinfrescare i muri. Ma li ho sempre trovati brutti. La loro funzionalità non è mai riuscita a riscattare ai miei occhi la loro sostanziale bruttezza. Ma una sera, nella stanza giallina, è come se li avessi visti con occhi nuovi. Ho visto la loro forza amorevole, la cura sollecita con cui proteggono la fragilità dell'intonaco. Li ho desiderati così tanto! Qualche rinforzo, acciaio o plastica, bello o brutto, qualche rinforzo anche per me. Rivestirne non solo i miei angoli (sono poco spigolosa) ma la carne del mio corpo e del mio spirito. Forse la bruttezza non esiste? È il nostro sguardo che non sa vedere a fondo, o è la povertà della nostra esperienza che non sa suggerirci a pieno la funzione di ogni cosa reale? Esiste forse solo la bellezza. E consiste di ogni gesto protettivo, non importa verso cosa o verso chi. In effetti anelo a sentirmi protetta proprio mentre sono chiamata a proteggere. Ce l'ho sempre fatta, mi dico. Rinforzi o non rinforzi ce la farò anche questa volta.

Più tardi, riflettendo, mi viene in mente l'espressione "il vento rinforza" e il rinforzare del vento non è certo foriero di protezione per i marinai. Ma gli uomini di mare sanno come affrontare il vento. Si apprestano vele più robuste o si aumentano i giri del motore. Io mi chiamo marina. La vulgata familiare dice che sia stato mio padre a scegliere il mio nome, mio padre che amava, rispettosamente, il mare. Dunque se sono marina saprò anche affrontare i venti e le onde e i picchi e gli spruzzi.
In questi giorni al mare penso spesso. Papà Freud sa perché. È il desiderio di essere ancora ben protetta in un ventre liquido, il desiderio di non essermi mai affacciata all'aere.
Pensavo spesso al mare anche diciannove anni fa, durante la burrasca che cambiò la mia vita.
In fondo sono ancora qui. No, la salsedine aspra che mi ha ricoperta in quei giorni, non mi si è mai scrostata di dosso, ma sono ancora qui. Quanto al porto, il porto cui ogni uomo di mare, contraddittoriamente con il suo destino e la sua voglia di navigare, anela, il porto è solo un'idea, è un miraggio, è uno scherzo della luce. In porto non si arriva mai. O solo brevemente e allora occorre rifornirsi in fretta di acqua dolce e della solidità buona della terra, perché il porto è solo un attimo.

mercoledì 16 giugno 2010

il nuovo giorno

È come se avessi portato un drenaggio anche io. Ha riversato fuori di me tutte le mie energie, andandole a prendere fino nei serbatoi più riposti. Mi ha lasciata svuotata. Intanto però mangiavo come una forsennata. Ho sempre l'impressione di dover mangiare molto, di dover ingurgitare energia calorica per affrontare le prove più difficili. Così invece di dimagrire, come accade alla maggior parte delle persone, io ingrasso. All'apparenza bella florida in realtà sono floscia come lo straccio della rigovernatura. Stamattina sul mio terrazzo le rondini impazzano, tracciando le loro fameliche traiettorie. Il loro disordine risponde invece all'ordine del mondo: ognuno mangia qualcun altro.
La gatta di mia figlia le offre orgogliosa la sua preda: la merla delicata che poco fa saltellava sul nespolo. Inorridiamo, è vero, ma si può chiedere ad una gatta, anche se domesticamente ben pasciuta, di sovvertire il suo istinto, quando noi stessi, sapiens sapiens come ci piace chiamarci, obbediamo ancora all'istinto della foresta e ci mangiamo l'un l'altro?
Non sembra un buon pensiero per ben introdursi nella nuova giornata, ma tutto ciò ha comunque un risvolto positivo: siamo nel ciclo, forse basta abbandonarvisi e tutto si risolverà per effetto della legge del divenire. Prendo la mia colazione abbondante, accolgo l'azzurro del cielo striato di voli di rondine e metto il piede destro nel nuovo giorno.

lunedì 14 giugno 2010

l'odore

È uno strano connubio. L'aria colma del profumo dei rincospernum che traboccano da ognuno dei mille balconi dei palazzi della zona e che entra dalle grandi finestre nel lungo corridoio immacolato e insieme l'odore forte dei disinfettanti, degli eteri, delle medicine che galleggia sul tintinnio di tazze e piattini, sui passi affrettati delle infermiere, sul richiamo ansioso dei campanelli. Credo che mi resterà attaccato addosso questo odore così impiastricciato e così ambiguo che spinge il cuore a dilatarsi di vita e di speranza e insieme a stringersi di paura e di tremore. Ma oggi si torna a casa.

venerdì 11 giugno 2010

prendere un bel respiro di poesia...


Robert Frost


TWO roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth; 5

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;

Though as for that the passing there
Had worn them really about the same, 10

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back. 15

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.



sabato 5 giugno 2010

equilibristi


"La vita trascorre nell'oscurità: parole non dette, gesti tralasciati in tempo, silenzio e paura, ecco che cos'è la vita, quella vera. L'equilibrio della famiglia è fragile, così come quello di ogni organismo vivente."
Sandor Màrai
Confessioni di un borghese


C'è qualche cosa nel suono della parola equilibrio che mi incanta. Ripeterla ha persino un effetto distensivo su di me. Equilibrio, equilibrio. Una piccola emissione di voce per dire equi e poi si scivola piano su quel librio ruscellante. Equilibrio equilibrio...
Possiamo farci adoratori di ogni eccesso ma niente ci fa meglio che arrivare a toccare l'equilibrio.
Per questo restiamo incantati a guardare l'equilibrista che fa il suo esercizio millimetrico: perché non c'è tra di noi chi non sappia quanto la prova dell'equilibrio sia difficile e quanto rassicurante sia raggiungerlo.


venerdì 4 giugno 2010

programma minimo

Non le ho neanche viste le belle mattine di maggio. Eppure qualcuna deve essercene stata. Ma le mattine di giugno, e mi impegno a farlo, voglio guardarle tutte: non voglio ignorare la luminosità del mondo.

giovedì 3 giugno 2010

per Niki e per la sua mamma Ornella

CONVINTAMENTE PARTECIPO A QUESTA INIZIATIVA PER FAR LUCE SULLA MORTE DI NIKI APRILE GATTI. NON DOBBIAMO STANCARCI DI CHIEDERE LA VERITA'. LE MIE MAIL SONO GIA PARTITE. GRAZIE.

E' stata promossa da alcuni blogger l'iniziativa di spedire questa e-mail al Tibunale di Firenze e al Ministro di Giustizia di San Marino, nell'estrema speranza di riattenzionare Niki, il testo è questo:


"Gentilissimi Procuratori Canessa e Monferini,


Sappiamo che state indagando su una inchiesta molto complessa ed importante: l'inchiesta Premium.

Tale inchiesta coinvolge alcune società informatiche e telefoniche , tra cui la Sammarinese Oscorp.

All'interno di quella Società, incensurato e disposto a parlare per fornire ogni dettaglio utile alle indagini, c'era Niki Aprile Gatti il quale fu arrestato per truffa insieme ad altri appartenenti alla società Oscorp.

Egli fu l'unico ,fin dal primo istante, a voler collaborare con la Giustizia, avendo la coscienza pulita.

Ci sono, a mio avviso, molti elementi che indicano come questa morte sia strettamente connessa con l'inchiesta di cui vi state occupando. Inoltre, anche grazie a numerosi articoli di giornale, si evince l'ombra della criminalità organizzata.

E' per questa ragione che sono qui a chiedervi di considerare l'ipotesi di allargare gli orizzonti della vostra indagine anche sulla morte di Niki Aprile Gatti
soprattutto alla luce del furto in casa di NIKI,per il quale il tribunale di Avezzano ha rinviato a giudizio la persona per appropriazione indebita: tra i beni sottratti ci sono anche i due Computer che il ragazzo possedeva.

Tutto questo, non solo per dare speranza di verità ad una madre affranta, ma proprio per stabilire la verità su una morte che troppo frettolosamente é stata archiviata come suicidio."


Con stima

(Firma di chi spedisce la e-mail.)

Le e-mail vanno spedite a questi due indirizzi di posta elettronica:


procura.firenze@giustizia.it (ITALIA)

e
segreteria.giustizia@gov.sm (SAN MARINO)

E' chiaro che il buon esito di questa iniziativa si avrà con il massimo delle adesioni possibile!!!

Grazie a tutti quelli che le spediranno!!



elogio del giallo

C'è giallo e giallo, naturalmente. Ma io parlo proprio di quelli fatti solo di un assassinio, una caccia e la scoperta del colpevole. Nessuna ambizione letteraria, solo una trama, fatta di mistero, brivido e svelamento. Brutali, in un certo senso. Ci sono circostanze della vita in cui io li consumo come una droga. Quelli Mondadori si leggono in un paio d'ore. Due ore di anestesia totale.
Poiché non me ne resta niente il loro prezzo mi sembra sempre troppo alto. Ma non si lesina sui medicinali.
Comunque esistono negozietti specializzati in vecchi gialli venduti a metà prezzo che passano di mano in mano da trenta, quarant'anni. Infatti è possibile riportarli, vederseli valutare e prenderne altri in cambio. Sono frequentati da collezionisti appassionati del genere e, suppongo, da gente come me che va in cerca della potente forma di risucchio mentale, senza rischio di riflessione, che solo i gialli-gialli garantiscono. Quello che ne fa un'arma vincente contro l'ansia è la loro capacità di impedire ogni identificazione con i personaggi. Questi sono semplici caratterizzazioni. I loro sentimenti sono stereotipati, impersonano un vizio o una passione senza mai suscitarla. Sono maschere e non ci toccano. La lettura non attiva nessun meccanismo che possa farci penare o gioire con loro. Ci attacchiamo alla trama e quella ci porta con sé sottraendoci a noi stessi e alle nostre trame. Bisogna però avere l'accortezza di scartare i grandi classici, i maestri del giallo, quelli che al brivido sanno dare un'anima. Questi vanno evitati come la peste. Grande invenzione i gialli-gialli.
Me ne comprerò una carrettata.

domenica 30 maggio 2010

la presa dell'oceano

Non l'ho mai raccontato a nessuno. Nes-su-no. Perché ho sempre pensato di aver commesso una imprudenza colpevole. Di essere stata sommamente sciocca, superficiale, irresponsabile.
Durante un viaggio a Sri Lanka, verso le sei del pomeriggio arrivammo in un piccolo paese sulla costa: quattro case e l'oceano. Mentre gli amici che viaggiavano con me si riposavano sulla veranda della guest house io andai verso la spiaggia, attirata dalle onde sonore, dal rosso del sole colato sulle acque, dal fumo dei camini nell'aria. Tutto l'insieme trasmetteva la sensazione di una voglia spavalda di vivere e di approfittare di ogni istante. Mi tuffai in acqua sapendo, perché lo sapevo, che su quella costa quella era l'ora delle correnti, l'ora dei grandi risucchi, l'ora in cui la potenza dell'oceano indiano si mascherava di voluttà. Ma in quella sera ero così affamata di vita da esser pronta a giocarmela. Quando l'oceano mi risputò sulla spiaggia, dopo avermi sepolta, con divina indifferenza, più e più volte, più che grata per essere stata restituita alla vita, mi sentii pazzamente irresponsabile verso la figlia di dodici anni che avevo lasciato a casa. Raggiunsi i miei amici sulla veranda e bevvi la mia birra Cobra sentendo di non poter confessare a nessuno di aver messo a rischio la mia vita per l'impeto di un momento.
Ogni tanto, in questi giorni difficili, mi sento come quella sera sotto il braccio possente dell'oceano: sommersa e travolta e trascinata e soffocata. E aspiro a rivivere quell'attimo fatale in cui il mare mi risputò sulla terra e tornai a respirare l'aria della sera. Buttata sulla spiaggia mi riorientai nel mondo e nella vita. Io aspetto quel momento. So che l'oceano smorzerà pian piano la sua forza e ci sarà una spiaggia ad accogliermi. Ma il fatalismo non mi si addice. E ora come allora sto tentando di nuotare.

lunedì 24 maggio 2010

un bel dono

La nuvola nasconde le stelle
e canta vittoria
ma poi svanisce:
le stelle durano.


Questi versi di Rabindranath Tagore mi sono stati mandati dal mio amico Ermanno.
Grazie.

giovedì 20 maggio 2010

un po' di silenzio

Cari amici, le vicissitudini appena trascorse mi hanno davvero provata. Ho bisogno di riposo e di silenzio.
Quando mi sentirò più forte e più serena riprenderò il mio blog.
vi abbraccio tutti, marina

Vi informo intanto che ora il mio libro può essere ordinato in tutte le librerie Feltrinelli di Italia o nel sito della Feltrinelli stessa. Il prezzo di copertina attribuito da Feltrinelli è di 12 euro. Sul sito ilmiolibro.it io lo vendo a 7 euro, ma poi vi addebitano le spese di spedizione. Morale: alla fine il costo è pressappoco lo stesso.
ancora grazie, marina

mercoledì 12 maggio 2010

grazie

Cari amici, vi ringrazio per il vostro affetto. Sarà virtuale ma io lo sento.
Io sarò lontana dal blog ancora un po' finché le cose non si saranno sistemate.
vi abbraccio tutti, marina

mercoledì 5 maggio 2010

assenza giustificata

Cari amici vi ringrazio per le vostre visite. Sono di rapido passaggio in casa perché sto assistendo in clinica mio marito che ha subito un intervento chirurgico non programmato. Il peggio è passato e spero di poter tornare presto alla mia tastiera, anche se non sono in grado di fare previsioni.
un abbraccio a tutti, marina

lunedì 3 maggio 2010

mercoledì 28 aprile 2010

martedì 27 aprile 2010

le trame di Annalisa

Atelier Schomber, via Tribuna di Campitelli 15, Roma
La mostra è visibile per appuntamento - 06 45432775 fino al 15 maggio

sono esistita per te?

Lo incontro sulla mia strada da almeno trent' anni. Credo che ora ne abbia quasi ottanta. La sua figura molto alta e magra ha sempre avuto un'andatura un po' incerta e il suo sguardo o si perdeva lontano o scrutava il suolo con circospezione.
Si faceva notare perché ogni giorno portava il gatto al giardino. Lo teneva in braccio, ma delicatamente, come si tiene un neonato e camminava del suo passo lento e strano, sollevando pochissimo i lunghi piedi dal suolo, verso il parco. Ci restava un'ora, anche d'inverno, e poi tornava indietro e riportava il gatto a casa. Poi dopo molti anni il gatto evidentemente morì e non l'ho più visto dirigersi verso il parco. Ma continuo a vederlo in giro nel quartiere. Vive nella mia stessa strada, non so esattamente dove, qualche palazzina più avanti e tiene la sua macchina nel mio stesso garage. Con il tempo il suo passo si è fatto molto più incerto, i piedi vengono un po' trascinati un po' spinti a forza di volontà. La figura è ancora molto alta ed eretta e lui continua a guardare lontano o in terra mentre avanza piano. Stamattina il cuore mi si è stretto per lui e per me. Per noi che ci incrociamo da trenta forse quarant' anni e non ci siamo mai salutati. Mi sono resa conto che non ho mai, mai incrociato il suo sguardo e dopo questi decenni questa cosa mi sembra inconcepibile. Mentre lo vedo avanzare verso di me mi sembra ormai inaccettabile non aver mai incontrato il suo sguardo. Rallento, rallento, aspetto che giunga alla mia altezza. E lo guardo fisso mentre lui guarda lontano e poi verso terra e trascina quei lunghi piedi e non si accorge di me.
Ma io mi fermo e lo aspetto e lo guardo bene in faccia. La conosco bene la sua faccia. È lunga, ossuta, lineamenti forti, labbra grosse e occhi un po' sbiaditi. Occhi che non si sono mai incontrati con i miei. Ma questo non è più tollerabile a questo punto.
Così lo guardo e lo guardo, ferma, e lui finalmente vede questo corpo al centro del suo cammino ed è costretto a guardarmi. Mi guarda perplesso, esitante. Lo saluto.
-Buongiorno- dico e vorrei poter aggiungere il suo nome ma non lo so.
-Buongiorno, come sta? Non risponde. È troppo sorpreso. Ma mi guarda, finalmente. Incontro lo sguardo dell'uomo che portava il gatto al giardino, infine. Non so ancora leggere nel suo sguardo, è la prima volta che lo incrocio ma il mio dice così: vedi? ti riconosco. So che esisti, so delle cose di te. So come sei stato e so come sei ora. Questo solo volevo dirti: che sei esistito per me. Sì, sei esistito per me. E io, io sono esistita per te?
Sorride, un sorride tremante come le braccia che nasconde dietro la schiena. Il suo sguardo, che mai aveva incontrato il mio, mi riconosce. Lo vedo chiaramente. Forse di me sa solo che uscivo con un cane pastore e poi con un altro. Non sa altro, ma sono esistita per lui, lo vedo.
-Bene, mi dice, grazie, sto bene. E lei?
Mi ha risposto! Vorrei abbracciarlo per la gioia. Ma rispondo semplicemente, mentre sorrido felice: -sto bene anche io, grazie.
-Bene fa lui, allora arrivederci.
E china la testa nel saluto.
-Arrivederci, annuisco anche io.
Gli cedo il passo e resto a guardarlo: il signore che portava il gatto al giardino ed io finalmente ci siamo guardati negli occhi e ci siamo riconosciuti. Ognuno ha riconosciuto l'altro, lo ha tirato fuori dal grigio opaco dei corpi che ci passano accanto quotidianamente e che sembrano non esistere per noi.
Che giornata!
Mi sento felice e stanca. Mi accorgo di aver avuto paura. Paura che mi respingesse tra quei corpi grigi che ci passano accanto e che sembrano non esistere per noi. E ho avuto paura che lui mi sfuggisse, che si rifiutasse di esistere per me.
La prossima volta che lo incontro gli voglio chiedere il nome, penso. Sì, farò proprio così.
E ora, un bel caffè.


lunedì 26 aprile 2010

il candore della logica

"Sapevo che non potevo lasciar perdere la signorina Cora tutto in una volta. In questi casi è importante usare dei riguardi....Sono rimasto tre giorni senza andare a trovarla, perché in questi casi bisogna diradare. Ma non ci dormivo la notte. Ho sempre desiderato d'essere un mascalzone che se ne fotte su tutta la linea e quando non sei un mascalzone è allora che ti senti un mascalzone, perché i veri mascalzoni non sentono proprio niente. Ne consegue che il solo modo di non sentirsi mascalzoni è di essere mascalzoni."
Romain Gary

domenica 25 aprile 2010

Porta San Paolo 1943-2010



Ore 11- Porta San Paolo. La banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio e il Coro di Giovanna Marini partecipano ai festeggiamenti per la Liberazione del 25 Aprile.



"QUI IL X SETTEMBRE MCMXLIII
-SUL LIMITE SEGNATO DA XVII SECOLI
DI DIFESA DAI BARBARI-
SOLDATI DI OGNI ARMA
CITTADINI DI OGNI CETO
GUIDATI SOLO DALLA FEDE
OPPONENDOSI AL TEDESCO INVASORE
ADDITARONO AGLI ITALIANI
LE VIE DELL'ONORE E DELLA LIBERTA'."

Quando l'8 settembre 1943 fu annunciato l'Armistizio i romani pensarono che i comandi militari avessero preparata la difesa della città contro i tedeschi. Invece il Re e Badoglio all'alba del 9 settembre abbandonarono Roma senza difesa e senza direttive per l'esercito.
Furono i cittadini, i militari delle divisioni Granatieri ed Ariete e i partigiani che, spontaneamente, tentarono di difendere la città con le armi. Uno degli episodi più importanti si svolse su questa piazza dove accorsero uomini e donne dai quartieri Garbatella, Testaccio, Ostiense e San Saba.
Nell'eroico ma inutile tentativo morirono 414 militari e 156 civili di cui 44 donne.




*Cliccando sulla foto è possibile leggere la lapide

non dimenticare

Buon 25 aprile!

sabato 24 aprile 2010

mai titolo fu più appropriato: contro il sentito dire

Lunedì 26 e martedì 27 aprile presso la Facoltà di Psicologia dell'Università "La Sapienza" di Roma (via dei Marsi, 78- Aula III) si terrà il Convegno "Contro il sentito dire- Omaggio alla memoria di Giovanni Jervis". Il Convegno, frutto di collaborazione tra la Facoltà di Medicina e quella di Psicologia, ha il seguente programma:



26 Aprile 2010 / 09:00-13:00

Indirizzi di saluto

Luigi Frati, Magnifico Rettore
Maria D’Alessio, Preside della Facoltà di psicologia
Luciana Rita Angeletti, Direttore della Sezione di storia della medicina

Ore 9:30
Relazione d’apertura
Luciano Mecacci: Giovanni Jervis, un intellettuale del secondo Novecento.
Chair: Giacomo Marramao

Ore 10:00 ‒ Discussione

Ore 10:15
Dialogo I: Sul ‘dizionario’ del Manuale critico di psichiatria.
Giovanni de Girolamo ‒ Stefano Mistura
Chair: Patrizia Guarnieri

Ore 11:15 Discussione

Ore 11:45
Psichiatria I
Luigi Onnis: Giovanni Jervis, coscienza critica della riforma psichiatrica italiana.
Leo Nahon: Jervis e Basaglia, psichiatria come scienza e psichiatria come arte.
Chair: Giovanni de Girolamo

Ore 12:45 Discussione


Ore 15:00

Patrizia Guarnieri: Presente e passato. L’interesse di Jervis per la storia nella psichiatria.
Vincenzo Caretti: Giovanni Jervis e l’antipsichiatria inglese.
Antonio Maria Ferro: Il pensiero di Giovani Jervis sulla relazione d’aiuto. Un importante contributo nella formazione degli operatori in psichiatria.
Chair: Paolo Migone

Ore 16:30 ‒ Discussione

Ore 17:00
Dialogo II: Ermeneutica e relativismo
Giacomo Marramao ‒ Mario Miegge
Chair: Alessandro Pagnini

Ore 18:00 ‒ Discussione

Martedì 27 aprile

Ore 9:00
Psicologia della società e della politica
Luigi Cavallaro: La società degli individui e i suoi dilemmi. Note a margine di “Individualismo e cooperazione”.
Gilberto Corbellini: Metodo scientifico, storia, evoluzione e laicità nella ricerca intellettuale di Giovanni Jervis.
Chair: Giorgio Bartolomei
Ore 10:00 ‒ Discussione

Ore 10:15
Psicoanalisi
Nino Dazzi: Il rapporto con la psicoanalisi nella prospettiva teorica di Giovanni Jervis.
Alessandro Pagnini: Jervis e l’epistemologia della psicoanalisi.
Chair: Vincenzo Caretti

Ore 11:15 ‒ Discussione


Ore 11:45
Psicoterapia
Giorgio Bartolomei: “La psicoanalisi come esercizio critico”, una rilettura del testo di Jervis sulla psicoanalisi come pratica terapeutica.
Paolo Migone: Il problema della pluralità dei metodi di ricerca sul processo in psicoterapia.
Chair: Nino Dazzi
Ore 12:45 ‒ Discussione


Ore 15:00
Psicologia clinica
Riccardo Williams: Corpo, relazione e patologia, il contributo di Jervis alla psicologia clinica.
Stefano Meacci: Pinocchio e l’identità mancata, il contributo di Jervis alla psicologia clinica del bambino.
Chair: Antonio Maria Ferro
Ore 16:00 ‒ Discussione

Ore 16:30
Il rapporto con Ernesto de Martino
Clara Gallini: Problematiche efficacie simboliche ‒ Con Ernesto de Martino sul terreno del tarantismo
Federico Leoni: La materia dell’umano. Jervis, De Martino, Callieri
Chair: Mario Miegge

Ore 17:30 ‒ Discussione

Ore 17:45
Filosofia della psicologia
Mario De Caro: L’illusione della volontà cosciente e il semicompatibilismo di Jervis.
Massimo Marraffa: Precarietà e malafede. Jervis sulle illusioni della soggettività autocosciente.
Chair: Gilberto Corbellini

Ore 18:45 ‒ Discussione

mandare a memoria...



Si dà il caso che io sia qui e guardi.

Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell'aria

ali che sono solamente sue,

e sulle mani mi vola un'ombra,

non un'altra, non di altri, solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza

che ciò che è importante

sia più importante di ciò che non lo è.

Wislawa Szymborska


I poeti mettono sempre il dito là dove gli altri non mettono neppure gli occhi. Fanno per noi un lavoro paziente e insostituibile. E noi? Che cosa facciamo noi? Noi possiamo semplicemente godere dei loro versi. Scaldarci al loro tepore o farci attraversare dalla loro lama fredda. Riposare nella loro bellezza. E poi, naturalmente, possiamo trasalire e riconoscerci. È quello che ci accade continuamente. Come un risveglio brusco che ci fa dire con gratitudine: sì. Sì, è così.

Ma anche questo non è tutto. Non basta. A me non è mai bastato. Cerco sempre nella poesia l'innesto del mio pensiero e possibilmente dell'azione. Forse è per questo che le poesie mi durano tanto dentro e che cerco di farle durare tanto.

Così questa poesia della Szymborska non mi dà solo il trasalimento del riconoscermi, ma la prendo anche come una voce da portare con me, un piccolo impedimento alla distrazione con cui guardiamo ciò che non è importante. Così ripeto, e imparo a memoria, gli ultimi tre versi di questa poesia:

"...mi abbandona sempre la certezza

che ciò che è importante

sia più importante di ciò che non lo è."



venerdì 23 aprile 2010

lascia fare alla sera


Erano intatte le sue energie
e tutte, tutte le metteva in gioco
-senza pesarle-
ora dovrebbe
sollevare una montagna
e le pesa in decimi di grammo.

Ma la sera le si accosta piano
le mormora qualcosa all'orecchio
e lei sospira
e lascia fare alla sera.