mercoledì 30 dicembre 2009

trovato

Come faccio ogni anno in questo periodo, ho scelto il motto incaricato di farmi da guida nel corso del nuovo anno che si avvicina. Un po' ammonizione, un po' esortazione, un po' incoraggiamento.
Quest'anno niente citazioni particolarmente colte, la parola non è a i filosofi ma al popolo.
Al popolo della mia città.
Il motto in questione è: Nun c'è trippa pe' gatti.

Circa la sua origine ci sono diverse narrazioni.
La più accreditata dice che Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, usò per primo questa espressione quando nel bilancio comunale da approvare trovò la voce "frattaglie per gatti" e, chieste spiegazioni, si sentì dire che si trattava del costo di mantenimento di un gruppo di felini incaricati di difendere dalle scorribande dei topi i documenti conservati negli archivi del Campidoglio. Il racconto dice che Nathan pronunciò la famosa espressione Non c'è trippa per gatti e depennò la spesa: che i gatti badassero da soli alla propria alimentazione, ad esempio pascendosi dei topi cui dovevano dare la caccia.

In bocca al popolo poi l'espressione diventò Nun c'è trippa pe' gatti e l'uso smise di essere strettamente contabile e si colorò di numerosi sensi e sfumature. Questa formula dissuasiva viene usata di fronte a richieste altrui considerate capricciose o eccessive o semplicemente importune cui non si intende aderire. Potrebbe usarla, ad esempio, una donna concupita da un corteggiatore sgradito. L'uso che se ne può fare è però molto estensivo.

La frase diventerà il mio motto per l'anno 2010. Dovrà guidarmi nel compito di risparmiare me stessa di fronte alle richieste dei gatti metaforici.




lunedì 21 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

arrivederci

Anche gli amanti la chiamano "pausa di riflessione" e serve spesso per mascherare una stanchezza. L'ho chiamata così anche io, un po' ipocritamente. Il fatto è che mi sento un po' troppo vuota e un po' troppo piena. Vuota di energie e piena di riflessioni e pensieri. Ma mi accorgo anche di sentirmi meno libera di appuntarli qui. Ed è questo, credo, che davvero mi impedisce di scrivere. In questi giorni ho cercato di capire perché la mia libertà interna si sia erosa ma non sono arrivata a nessuna conclusione.
Forse mi sembrano troppi i miei lettori e ho raggiunto il massimo di platea che il mio narcisismo mi consente di avere. Forse comincio ad incontrarne troppi, in carne ed ossa, intorno a me e mi sembra di leggere nei loro sguardi una curiosità che mi pesa. Forse non riesco a sostenere troppi rapporti umani né troppi stimoli, come talvolta può succedermi. Forse è solo uno di quei periodi in cui sento il bisogno di oblio e nascondimento e scelgo i rapporti da tenere in base a parametri sofisticatissimi ma in fondo riassumibili in una formula breve: lasciarmi accostare solo da persone che non si aspettano niente da me. Sono i periodi in cui il piano del mio umore s'inclina e io mi sento al di sotto di qualsiasi aspettativa.
Ci sono molti altri forse. Mi serve tempo per indagarli tutti.
Non penso che questo sia un addio ma in questo momento non so dire per quando sia l'arrivederci.
con affetto, marina




mercoledì 9 dicembre 2009

pausa di riflessione

Auguste Rodin: Il pensatore

inoltre...

Donnigio ha cancellato il suo blog!
da Clotilde non si entra più...
nemmeno da Baluginando ma sospetto che vi entrino gli intimi...
Duccio non scrive da ottobre...
farfalla leggera tiene chiusa la sua porta e da pupazzi e pensieri arriva un segnale di mail denied
sul blog di out non riesco a commentare
ancora non ha ripreso a scrivere neanche inès
anche Luigi Mariano scrive pochissimo, solo i resoconti dei suoi concerti. Io sono contenta che sia sempre in giro con la sua chitarra e la sua voce, ma prima ci raccontava anche tante cose...
e Saretta che tace da luglio e non risponde alle mail...
Sto facendo il giro dei miei blog amici e colleziono coltellate!

Ma non perdetevi la nuova serie di post di Enzo sulla Sicilia!

martedì 8 dicembre 2009

otto dicembre 2009


Roma- 8 Dicembre 2009-ore 19

Basilica di Santa Prassede
Concerto per Coro e Organo

Coro: Novum Convivium Musicum
Direttore Maestro Antonio Pantaneschi
All'organo: Maestro Roberto Canali


Programma

Scuola di Notre Dame: Flos Filius - mottetto

Sergei Rachmaninov: Bogoroditsye Dyevo

Heitor Villa-Lobos: Ave Maria

Felix Mendelssohn: Verleih uns Frieden

Johannes Brahms: Geistliches Lied

Marco Enrico Bossi: Missa pro Sponso et Sponsa

Wolfgang Amadeus Mozart: Sancta Maria-KV 273

Wolfgang Amadeus Mozart: Regina Coeli-KV 276

Johann Sebastian Bach: Jesus Bleibet Meine Freude-Cantata 147






lunedì 7 dicembre 2009

tempo e Tempo

Quando si entra in quella fase della vita che non chiamerò né terza né quarta né ordinerò in base a nessun ordinale (giacché la vita è un continuum le cui eventuali scansioni sono squisitamente individuali e niente hanno a che fare con i decenni); quando si entra in quella fase in cui non si sale ma, nel corpo almeno, ci si sente in discesa, la nostra idea del tempo cambia radicalmente.
Non parlo qui dell'idea del Tempo, della riflessione cioè su concetti filosofici ed esistenziali di portata insieme sottile e pesante che pure occupa gran parte della nostra mente, ma della considerazione in cui teniamo il nostro piccolo tempo quotidiano, del modo in cui ne usiamo, del senso che ore, minuti e secondi acquistano per noi.
Quella considerazione diventa affatto nuova e porta con sé grosse trasformazioni.
La nuova valutazione che facciamo del tempo entra nelle nostre azioni quotidiane, si fa gesti, atti, decisioni minute. Spesso in aperta contraddizione le une con le altre.
Potrei darne moltissimi esempi (e certo mi capiterà di darne) per ora ne segnalo solo uno che attiene agli scambi verbali che ho con gli altri.

Il nuovo senso del tempo che cogliamo alla mia età ci rende più franchi. O almeno tale mi ha resa. Non certo per effetto di un miglioramento morale che non riscontro in me, ma per effetto di una nuova impazienza che si è insinuata in me fibra per fibra. Questa nuova franchezza sfiora la brutalità e, in ogni caso, mostra il piglio infastidito dell'impazienza.
(La pazienza, del resto, non è mai stata una mia virtù e ho sempre dovuto compiere grossi sforzi per servirmi della capacità di attesa rispetto alle maturazioni altrui. E rispetto alle mie stesse. E per accogliere i comportamenti degli altri con senno e senza tempestare.
In qualche modo, sia pure con grande, grandissima fatica, nel corso della mia vita io sono riuscita a dispensare intorno a me quel tanto di pazienza senza la quale la maggior parte dei rapporti umani stridono pericolosamente. E talvolta irrimediabilmente si incrinano.)
Ma la mia attuale impazienza relativa alle conversazioni non è di quelle che si addomestichino. Essa nasce dalla nuova considerazione che do al tempo. E da una nuova scelta radicale. Molto sinteticamente questa è riassumibile così: non ho tempo da perdere in diplomatici accomodamenti del mio parlare.
Questo imprime alle mie conversazioni una franchezza del tutto nuovo. Una franchezza cioè nuda, scarna e priva di ammorbidenti e ammortizzatori. Questo, ripeto, per effetto di una scelta, lucida e convinta.
Non sono cioè diventata più impaziente e quindi più franca perché non riesco più a tenere a freno la mia innata impazienza, ma perché non voglio.
La diplomazia, che mai è stato un mio punto forte, non si addice alla mia età. Questo ho deciso. Non voglio impiegare il mio tempo in schermaglie, in giri di parole, nella ricerca dell'espressione meno urticante, di quella più gentile, nell'attesa che la prolissità altrui si dipani e venga al dunque.
Così taglio i ragionamenti altrui anticipandoli decisamente, replico preventivamente a lunghe considerazioni che percepisco come del tutto inutili, tronco complicate e minuziose argomentazioni, rispondo in due parole a esposizioni complesse che, a mio parere, si sarebbero potute esprimere in una sola frase.
Ho sempre trovato i miei simili eccessivamente prolissi, lo confesso; ho sempre pensato che la maggior parte delle persone ama indulgere in lunghe spiegazioni inutili, e ritornarci e svolgerle e riavvolgerle e trattarle come il famoso tema in classe in cui la traccia ci forniva un assunto e noi dovevamo ripeterlo, con altre parole, per tre facciate di foglio protocollo; esercizio noioso e che non mi sembra abbia dato buoni frutti. Infatti i miei connazionali brillano per retorica ma difettano di rigore consequenziale. In linea generale, naturalmente.


Ebbene, se fino ad oggi, pazientemente (cioè con apparente pazienza ma interno fremito di impazienza) attendevo che il mio interlocutore portasse avanti il suo discorso con tutte le sue proposizioni implicite ben incapsulate una dentro l'altra, come le matrioske russe, e le sue appendici ed i suoi commi e sottocommi, adesso, zac, gli taglio la parola in bocca, enuncio io in una sola frase il pensiero che sta appena abbozzando e detto fatto gli do la mia risposta, replica o considerazione del caso.
Il poveretto resta lì con il suo discorso in sospeso come una pipì cui non si sia potuto dar sfogo e di certo è per metà disorientato e per metà offeso.
Beh, vi dirò, me ne infischio.
Non ho più tempo per questo continuo menar il cane per l'aia, i secondi del mio tempo sono preziosi. Tre secondi qui, otto secondi lì, altri quattro persi con questo e nove persi con quello, alla fine della giornata mi porterebbero via uno o persino due minuti o forse addirittura cinque!
E che sarà mai! direbbe un giovane. Beh, vi posso garantire che cinque minuti hanno, alla mia età, un grandissimo valore. Cinque minuti tolti a me stessa, allo sfogliare un libro, al pasticciare con delle lane, ad affacciarmi alla finestra, sono un furto che non intendo sopportare.

E poi, come il citatissimo Wittgenstein ha definitivamente scritto: tutto quello che si può dire si può dire chiaramente.
Dunque io sforbicio le ramificazioni del discorso altrui, quegli avviluppamenti di oscurità in cui spesso amano gingillarsi. E lo faccio senza rimorsi.
Ognuno si tenga per avvertito.


(La manifesta ripetitività di concetti di questo mio discorso è intenzionale e usata come esempio del mio assunto).

tutto il mondo è paese?

venerdì 4 dicembre 2009

burocratese/parole da salvare/3

Però la parola bolgetta ancora resiste. Lo Zingarelli non la segnala come termine in via di estinzione. Io l'ho incontrata per la prima volta questa mattina in un Ufficio Postale. Un cartello segnalava tra i servizi offerti allo sportello il servizio bolgette. Io ho pensato che si trattasse di un errore di stampa e che lì si pagassero le bollette. Così, dovendo spedire un pacco, mi stavo allontanando quando una gentilissima signora mi ha spiegato che la bolgetta è la borsa o il sacco del postino e che servizio di bolgette significa appunto spedizione di pacchi e buste. Lei stessa lo aveva appena appreso.

Sono contenta che l'italiano conservi anche questa parola ma non sarebbe male se, accanto al termine bolgetta, nei cartelli degli Uffici Postali scrivessero anche "Qui si spediscono pacchi e lettere".


...senza contare

...senza contare che 'sta storia che il colore viola rappresenta la libertà la sento mo per la prima volta!
Ho scritto mo, per farvi capire il mio turbamento e l'intensità della mia sorpresa...

Comunque il viola è un bellissimo colore


en passant

A me Tonino Di Pietro che da una settimana va in giro per studi televisivi tenendo tra le mani un fazzoletto di raso viola e agitandolo davanti alla telecamera per far capire che lui parteciperà al No B-Day mi stomaca. Ho scritto: "A me...mi". Per farvi capire quanto mi stomaca.

parole da salvare/2

ab aeterno: dall'eternità. Espressione avverbiale riferita in origine a Dio. Es: Dio esiste ab aeterno, Dio esiste dall'eternità, da sempre.
E' utilizzabile anche per segnalare la non misurabile antichità di qualche fenomeno.
"Ma questo lo sapevo ab aeterno!" "Il carattere degli Italiani è così ab aeterno!"

Se non scomparirà (infatti l'evidente forma latina potrebbe renderla gradita agli snob), corre in ogni caso il rischio di venire un giorno scritta così: abeterno.



parole da salvare/1

Me le spulcerò tutte le 2800 parole della lingua italiana a rischio di estinzione segnalate sullo Zingarelli 2010.
Le userò, le diffonderò, le sosterrò, mi batterò per loro.
Lo so, non ha l'aria di una lotta epica, ma non viviamo in tempi di epopea.

La parola al cui soccorso mi precipito quest'oggi è abbacchiato, participio passato del verbo abbacchiare.
Mentre il verbo continua ad essere usato nello specifico significato di abbattere con un bastone (olive, noci, castagne), il suo participio passato, che dal XVII secolo in qua aveva preso il significato figurato di abbattuto, depresso, avvilito, è in via di sparizione.
Non a Roma, dove è parola molto comune, ma sì nel resto d'Italia. Sulla stampa poi non compare più, forse perché considerata parola troppo colloquiale. Ai miei occhi invece la sua origine contadina la nobilita.
Devo dire che nella parola abbacchiato da bambina io ci vedevo l'ombra dell'abbacchio, come qui chiamiamo l'agnellino.
(In effetti è sempre dal bastone baculus che viene anche l'abbacchio, perché sotto Pasqua vi veniva legato, come dicono alcuni, o perché, come temo io, veniva usato per abbatterlo.)
L'agnellino, condannato ad essere vittima sacrificale, per quanto squisita, della Pasqua, mi sembrava, quando ero bambina, creatura avvilita e abbattuta per antonomasia.
E quando dicevo di sentirmi abbacchiata dentro la parola era presente anche l'agnellino pasquale.

Ora, dice lo Zanichelli, sui giornali, nei romanzi, in televisione non si parla più di abbacchiati, ma di depressi tout court.
Male. Molto male. Si fa torto ai depressi clinici, ai semplici avviliti, agli agnellini e alla lingua italiana.

Comunque oggi io mi sento abbacchiata.


giovedì 3 dicembre 2009

through the barricades con gli spandau ballet

Fa freddo. Mi aspetta la banca, la posta e l'ottico. (I miei amati occhiali turchesi si sono rotti, disgrazia grande!) Il mio umore mattutino vira sullo scontroso.
Perciò lascio qui un po' di musica e me ne vo.




Mother doesnt know where love has gone
She says it must be youth
That keeps us feeeling strong
See it in her face, that s turned to ice
And when she smiles she shows
The lines of sacrifice
And now I know what they're saying
When the sun begins to fade
And we made our love on wasteland
And through the barricades
Father made my history
He fought for what he thought
Would set us somehow free
He tought me what to say in school
I learned off by heart
But now thats torn in two
And now I know what theyre saying
In the music of the parade
We made our love on wasteland
And through the barricades
Born on different sides of life
We feel the same
And feel all of this strife
So come to me when Im asleep
Well cross the line
And dance upon the street
And now I know what theyre saying
When the drums begin to fade
We made our love on wasteland
And through the barricades
Oh, turn around and Ill be there
Theres a scar through my heart
But Ill bare it again
I thought? we were the human race
But we were just another border-line-case
And the stars reach down and tell us
That theres always one escape
I dont know where love has gone
And in this trouble land
Desperation keep us strong
Fridays child is full of soul
With nothing left to lose
Theres everything to go
And now I know what theyre are saying
Its a terrible beauty weve made
So we make our love on? wasteland
And through the barricades
Now I know what theyre are saying
As hearts go to their graves
We made our love on? wasteland
And through the barricades.


NOTA per bip e mariateresa: ho preso il testo in internet, badate se ci sono errori e segnalatemeli, please!

mercoledì 2 dicembre 2009

a proposito di terapie spirituali

Mi è tornata in mente poco fa

Finir di leggere Apollinaire:
il poeta assassinato
Non perdere di vista
il tempo destinato
all’ingestione di cibo
Schubert e Brahms vanno
evitati. Mozart
sana tutte le ferite. Albinoni
dispensa Valium. Mostrarsi
pacata e insieme felice
quando la mamma telefona raccogliere
le forze per
il gioioso gridolino finale.
Prendere d’un balzo la cornetta
quando il telefono squilla
nel televisore.

di Ulla Hahn

meschina

Primo pensierino. Mesto.
Sono una fallita. Non conto nulla. Socialmente sono ininfluente. Politicamente invisibile.
Non gira nelle redazioni romane nessun video che mi immortali mentre partecipo ad un'orgia di astinenza sessuale con la Binetti e Benedetto XVI. E, cosa ancora più grave, non gira neanche un video che mi riprenda durante una seduta di sesso romagnolo con Bersani.
Inoltre tra le mie amicizie non ho neanche un trans. Mi onoro di avere gay di entrambi i generi ma il trans mi manca.
Conserverò i miei diritti civili?

Secondo pensierino. Elettrico.
Ha ragione la Littizzetto! Perché dai giornali e dai teleschermi continua a guardarci la faccia di Wendell Mendes Paes detto Brenda, mentre le facce dei carabinieri delinquenti e felloni nessuno ce le ha mai mostrate?

Terzo pensierino. Sgarzulo.
Ce l'avevo un pensierino sgarzulo ma poi ho sentito la dichiarazione di Marchionne sulla chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e mi è passata ogni voglia di sgarzulare.



martedì 1 dicembre 2009

Giornata mondiale della lotta all' AIDS

segnalazioni/commenti

Ho tolto per prova la verifica delle parole ai commenti. Se non sarò di nuovo preda dello spam non la rimetterò.
speriamo bene...

segnalazioni/neuroblastoma

Questo libro è una cosa diversa. Sono favole scritte da un gruppo di blogger per aiutare i bambini colpiti da neuroblastoma, un tumore dell'infanzia che è la prima causa di morte tra i bambini in età prescolare.
Per saperne di più e meglio vi rimando al post di Lisa.
Forse regalare ad un bambino queste favole per Natale e dirgli che servono a far stare bene altri bambini (senza patetismi o messaggi terrificanti) può essere una buona idea.

Grazie al Rockpoeta sul cui blog ho trovato la segnalazione di quello di Lisa. E grazie agli infaticabili Comicomix.

il segnalibro/cinque

Il libro di cui voglio parlare oggi è un libro particolare perché ci porta dentro un mondo che conosciamo poco e comprendiamo meno. Il mondo della rabbia giovanile e delle sue diverse espressioni. Il mondo delle strade disadorne delle periferie, delle piazze "calde", dei treni speciali per le trasferte calcistiche, quel mondo emarginato che si autoemargina in risposta e costruisce da sé la sua stessa rappresentanza, rifiutando qualsiasi mediazione.
Sono 12 racconti, di qualità diversa ma tutti molto coinvolgenti. Quelli più belli sono quelli dove prevale il ritmo e il tempo è un accavallarsi di azioni.
Raccontare il movimento non è facile ma l'autore lo fa benissimo. Ci si sente immediatamente presi e trascinati nell' azione assieme ai protagonisti. Trascinati dove? Intorno agli stadi, in curva, nei cortei e nelle azioni dimostrative, nelle spedizioni punitive contro i fascisti, negli scontri con la polizia, sempre all'assalto...
All'assalto di che cosa?
Del mondo così com'è: ingiusto, piatto, uniforme, escludente. Violento.
E la violenza del mondo viene inghiottita dal protagonista del libro e risputata in risposta perché gli appare la più appropriata, l'unica anzi che non sia stata plasmata a immagine e somiglianza del potere stesso che lui contesta.
Per amare queste storie bisogna rinunciare a stare fuori dai gruppi che si muovono sulle strade, rinunciare a guardarli da fuori. Cercare invece di tenersi il più possibile stretti a questi ragazzi, in linea con loro, come direbbe il protagonista con il suo linguaggio militare.
Visti così da vicino gli ultras, gli autonomi, i militanti a sinistra di tutte le sinistre, gli antagonisti " a prescindere", tutti i giovani arrabbiati dei centri sociali e delle periferie, si scoprono pieni di "valori" forti. L'amicizia, il coraggio, la solidarietà tra compagni, la lealtà nello scontro, la fedeltà alla parola data, il disprezzo per i compromessi. Se ne scopre anche la paura e la capacità, tutta giovanile, di stupirsi per il mondo e i suoi sprazzi di bellezza.
Sentirli vicini fa quasi paura perché quella massa confusa di alienazione e ribellismo sembra un'onda destinata a travolgere tutto. Anche la nostra incomprensione. Io però temo che in molti casi la società si sia già incaricata di travolgere loro o meglio di renderli comparse nella sua rappresentazione della realtà.
Nessuna lettura giornalistica o sociologica può dare, né mai mi ha dato, come questi racconti, il senso del mondo delle tifoserie organizzate e delle loro parole d'ordine: l'odio, la vendetta, la disciplina, il rispetto delle gerarchie, l'orgoglio di appartenenza. Ma nello stesso tempo mi ha trasmesso la sensazione netta del terribile spreco di energie giovanili e slancio vitale che queste forme di ribellione violenta rappresentano e della assoluta necessità che ci sarebbe di riportare sul terreno della battaglia sociale i giovani che viaggiano nelle nostre città armati solo di rabbia e bastoni. Per me è impossibile leggere di questo mondo violento e autoreferenziale senza pensare che è il prodotto di altrettanta violenza e autoreferenzialità, e che quella necessità di impegno politico resterà senza risposte. Al breve e, temo, ancora a lungo.
Per queste riflessioni, oltre che per il suo bel narrare, sono grata all'autore.

MARCO CAPOCCETTI BOCCIA: "NON DIMENTICARE LA RABBIA" X-book edizioni- 2009