mercoledì 30 dicembre 2009

trovato

Come faccio ogni anno in questo periodo, ho scelto il motto incaricato di farmi da guida nel corso del nuovo anno che si avvicina. Un po' ammonizione, un po' esortazione, un po' incoraggiamento.
Quest'anno niente citazioni particolarmente colte, la parola non è a i filosofi ma al popolo.
Al popolo della mia città.
Il motto in questione è: Nun c'è trippa pe' gatti.

Circa la sua origine ci sono diverse narrazioni.
La più accreditata dice che Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, usò per primo questa espressione quando nel bilancio comunale da approvare trovò la voce "frattaglie per gatti" e, chieste spiegazioni, si sentì dire che si trattava del costo di mantenimento di un gruppo di felini incaricati di difendere dalle scorribande dei topi i documenti conservati negli archivi del Campidoglio. Il racconto dice che Nathan pronunciò la famosa espressione Non c'è trippa per gatti e depennò la spesa: che i gatti badassero da soli alla propria alimentazione, ad esempio pascendosi dei topi cui dovevano dare la caccia.

In bocca al popolo poi l'espressione diventò Nun c'è trippa pe' gatti e l'uso smise di essere strettamente contabile e si colorò di numerosi sensi e sfumature. Questa formula dissuasiva viene usata di fronte a richieste altrui considerate capricciose o eccessive o semplicemente importune cui non si intende aderire. Potrebbe usarla, ad esempio, una donna concupita da un corteggiatore sgradito. L'uso che se ne può fare è però molto estensivo.

La frase diventerà il mio motto per l'anno 2010. Dovrà guidarmi nel compito di risparmiare me stessa di fronte alle richieste dei gatti metaforici.




lunedì 21 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

arrivederci

Anche gli amanti la chiamano "pausa di riflessione" e serve spesso per mascherare una stanchezza. L'ho chiamata così anche io, un po' ipocritamente. Il fatto è che mi sento un po' troppo vuota e un po' troppo piena. Vuota di energie e piena di riflessioni e pensieri. Ma mi accorgo anche di sentirmi meno libera di appuntarli qui. Ed è questo, credo, che davvero mi impedisce di scrivere. In questi giorni ho cercato di capire perché la mia libertà interna si sia erosa ma non sono arrivata a nessuna conclusione.
Forse mi sembrano troppi i miei lettori e ho raggiunto il massimo di platea che il mio narcisismo mi consente di avere. Forse comincio ad incontrarne troppi, in carne ed ossa, intorno a me e mi sembra di leggere nei loro sguardi una curiosità che mi pesa. Forse non riesco a sostenere troppi rapporti umani né troppi stimoli, come talvolta può succedermi. Forse è solo uno di quei periodi in cui sento il bisogno di oblio e nascondimento e scelgo i rapporti da tenere in base a parametri sofisticatissimi ma in fondo riassumibili in una formula breve: lasciarmi accostare solo da persone che non si aspettano niente da me. Sono i periodi in cui il piano del mio umore s'inclina e io mi sento al di sotto di qualsiasi aspettativa.
Ci sono molti altri forse. Mi serve tempo per indagarli tutti.
Non penso che questo sia un addio ma in questo momento non so dire per quando sia l'arrivederci.
con affetto, marina




mercoledì 9 dicembre 2009

pausa di riflessione

Auguste Rodin: Il pensatore

inoltre...

Donnigio ha cancellato il suo blog!
da Clotilde non si entra più...
nemmeno da Baluginando ma sospetto che vi entrino gli intimi...
Duccio non scrive da ottobre...
farfalla leggera tiene chiusa la sua porta e da pupazzi e pensieri arriva un segnale di mail denied
sul blog di out non riesco a commentare
ancora non ha ripreso a scrivere neanche inès
anche Luigi Mariano scrive pochissimo, solo i resoconti dei suoi concerti. Io sono contenta che sia sempre in giro con la sua chitarra e la sua voce, ma prima ci raccontava anche tante cose...
e Saretta che tace da luglio e non risponde alle mail...
Sto facendo il giro dei miei blog amici e colleziono coltellate!

Ma non perdetevi la nuova serie di post di Enzo sulla Sicilia!

martedì 8 dicembre 2009

otto dicembre 2009


Roma- 8 Dicembre 2009-ore 19

Basilica di Santa Prassede
Concerto per Coro e Organo

Coro: Novum Convivium Musicum
Direttore Maestro Antonio Pantaneschi
All'organo: Maestro Roberto Canali


Programma

Scuola di Notre Dame: Flos Filius - mottetto

Sergei Rachmaninov: Bogoroditsye Dyevo

Heitor Villa-Lobos: Ave Maria

Felix Mendelssohn: Verleih uns Frieden

Johannes Brahms: Geistliches Lied

Marco Enrico Bossi: Missa pro Sponso et Sponsa

Wolfgang Amadeus Mozart: Sancta Maria-KV 273

Wolfgang Amadeus Mozart: Regina Coeli-KV 276

Johann Sebastian Bach: Jesus Bleibet Meine Freude-Cantata 147






lunedì 7 dicembre 2009

tempo e Tempo

Quando si entra in quella fase della vita che non chiamerò né terza né quarta né ordinerò in base a nessun ordinale (giacché la vita è un continuum le cui eventuali scansioni sono squisitamente individuali e niente hanno a che fare con i decenni); quando si entra in quella fase in cui non si sale ma, nel corpo almeno, ci si sente in discesa, la nostra idea del tempo cambia radicalmente.
Non parlo qui dell'idea del Tempo, della riflessione cioè su concetti filosofici ed esistenziali di portata insieme sottile e pesante che pure occupa gran parte della nostra mente, ma della considerazione in cui teniamo il nostro piccolo tempo quotidiano, del modo in cui ne usiamo, del senso che ore, minuti e secondi acquistano per noi.
Quella considerazione diventa affatto nuova e porta con sé grosse trasformazioni.
La nuova valutazione che facciamo del tempo entra nelle nostre azioni quotidiane, si fa gesti, atti, decisioni minute. Spesso in aperta contraddizione le une con le altre.
Potrei darne moltissimi esempi (e certo mi capiterà di darne) per ora ne segnalo solo uno che attiene agli scambi verbali che ho con gli altri.

Il nuovo senso del tempo che cogliamo alla mia età ci rende più franchi. O almeno tale mi ha resa. Non certo per effetto di un miglioramento morale che non riscontro in me, ma per effetto di una nuova impazienza che si è insinuata in me fibra per fibra. Questa nuova franchezza sfiora la brutalità e, in ogni caso, mostra il piglio infastidito dell'impazienza.
(La pazienza, del resto, non è mai stata una mia virtù e ho sempre dovuto compiere grossi sforzi per servirmi della capacità di attesa rispetto alle maturazioni altrui. E rispetto alle mie stesse. E per accogliere i comportamenti degli altri con senno e senza tempestare.
In qualche modo, sia pure con grande, grandissima fatica, nel corso della mia vita io sono riuscita a dispensare intorno a me quel tanto di pazienza senza la quale la maggior parte dei rapporti umani stridono pericolosamente. E talvolta irrimediabilmente si incrinano.)
Ma la mia attuale impazienza relativa alle conversazioni non è di quelle che si addomestichino. Essa nasce dalla nuova considerazione che do al tempo. E da una nuova scelta radicale. Molto sinteticamente questa è riassumibile così: non ho tempo da perdere in diplomatici accomodamenti del mio parlare.
Questo imprime alle mie conversazioni una franchezza del tutto nuovo. Una franchezza cioè nuda, scarna e priva di ammorbidenti e ammortizzatori. Questo, ripeto, per effetto di una scelta, lucida e convinta.
Non sono cioè diventata più impaziente e quindi più franca perché non riesco più a tenere a freno la mia innata impazienza, ma perché non voglio.
La diplomazia, che mai è stato un mio punto forte, non si addice alla mia età. Questo ho deciso. Non voglio impiegare il mio tempo in schermaglie, in giri di parole, nella ricerca dell'espressione meno urticante, di quella più gentile, nell'attesa che la prolissità altrui si dipani e venga al dunque.
Così taglio i ragionamenti altrui anticipandoli decisamente, replico preventivamente a lunghe considerazioni che percepisco come del tutto inutili, tronco complicate e minuziose argomentazioni, rispondo in due parole a esposizioni complesse che, a mio parere, si sarebbero potute esprimere in una sola frase.
Ho sempre trovato i miei simili eccessivamente prolissi, lo confesso; ho sempre pensato che la maggior parte delle persone ama indulgere in lunghe spiegazioni inutili, e ritornarci e svolgerle e riavvolgerle e trattarle come il famoso tema in classe in cui la traccia ci forniva un assunto e noi dovevamo ripeterlo, con altre parole, per tre facciate di foglio protocollo; esercizio noioso e che non mi sembra abbia dato buoni frutti. Infatti i miei connazionali brillano per retorica ma difettano di rigore consequenziale. In linea generale, naturalmente.


Ebbene, se fino ad oggi, pazientemente (cioè con apparente pazienza ma interno fremito di impazienza) attendevo che il mio interlocutore portasse avanti il suo discorso con tutte le sue proposizioni implicite ben incapsulate una dentro l'altra, come le matrioske russe, e le sue appendici ed i suoi commi e sottocommi, adesso, zac, gli taglio la parola in bocca, enuncio io in una sola frase il pensiero che sta appena abbozzando e detto fatto gli do la mia risposta, replica o considerazione del caso.
Il poveretto resta lì con il suo discorso in sospeso come una pipì cui non si sia potuto dar sfogo e di certo è per metà disorientato e per metà offeso.
Beh, vi dirò, me ne infischio.
Non ho più tempo per questo continuo menar il cane per l'aia, i secondi del mio tempo sono preziosi. Tre secondi qui, otto secondi lì, altri quattro persi con questo e nove persi con quello, alla fine della giornata mi porterebbero via uno o persino due minuti o forse addirittura cinque!
E che sarà mai! direbbe un giovane. Beh, vi posso garantire che cinque minuti hanno, alla mia età, un grandissimo valore. Cinque minuti tolti a me stessa, allo sfogliare un libro, al pasticciare con delle lane, ad affacciarmi alla finestra, sono un furto che non intendo sopportare.

E poi, come il citatissimo Wittgenstein ha definitivamente scritto: tutto quello che si può dire si può dire chiaramente.
Dunque io sforbicio le ramificazioni del discorso altrui, quegli avviluppamenti di oscurità in cui spesso amano gingillarsi. E lo faccio senza rimorsi.
Ognuno si tenga per avvertito.


(La manifesta ripetitività di concetti di questo mio discorso è intenzionale e usata come esempio del mio assunto).

tutto il mondo è paese?

venerdì 4 dicembre 2009

burocratese/parole da salvare/3

Però la parola bolgetta ancora resiste. Lo Zingarelli non la segnala come termine in via di estinzione. Io l'ho incontrata per la prima volta questa mattina in un Ufficio Postale. Un cartello segnalava tra i servizi offerti allo sportello il servizio bolgette. Io ho pensato che si trattasse di un errore di stampa e che lì si pagassero le bollette. Così, dovendo spedire un pacco, mi stavo allontanando quando una gentilissima signora mi ha spiegato che la bolgetta è la borsa o il sacco del postino e che servizio di bolgette significa appunto spedizione di pacchi e buste. Lei stessa lo aveva appena appreso.

Sono contenta che l'italiano conservi anche questa parola ma non sarebbe male se, accanto al termine bolgetta, nei cartelli degli Uffici Postali scrivessero anche "Qui si spediscono pacchi e lettere".


...senza contare

...senza contare che 'sta storia che il colore viola rappresenta la libertà la sento mo per la prima volta!
Ho scritto mo, per farvi capire il mio turbamento e l'intensità della mia sorpresa...

Comunque il viola è un bellissimo colore


en passant

A me Tonino Di Pietro che da una settimana va in giro per studi televisivi tenendo tra le mani un fazzoletto di raso viola e agitandolo davanti alla telecamera per far capire che lui parteciperà al No B-Day mi stomaca. Ho scritto: "A me...mi". Per farvi capire quanto mi stomaca.

parole da salvare/2

ab aeterno: dall'eternità. Espressione avverbiale riferita in origine a Dio. Es: Dio esiste ab aeterno, Dio esiste dall'eternità, da sempre.
E' utilizzabile anche per segnalare la non misurabile antichità di qualche fenomeno.
"Ma questo lo sapevo ab aeterno!" "Il carattere degli Italiani è così ab aeterno!"

Se non scomparirà (infatti l'evidente forma latina potrebbe renderla gradita agli snob), corre in ogni caso il rischio di venire un giorno scritta così: abeterno.



parole da salvare/1

Me le spulcerò tutte le 2800 parole della lingua italiana a rischio di estinzione segnalate sullo Zingarelli 2010.
Le userò, le diffonderò, le sosterrò, mi batterò per loro.
Lo so, non ha l'aria di una lotta epica, ma non viviamo in tempi di epopea.

La parola al cui soccorso mi precipito quest'oggi è abbacchiato, participio passato del verbo abbacchiare.
Mentre il verbo continua ad essere usato nello specifico significato di abbattere con un bastone (olive, noci, castagne), il suo participio passato, che dal XVII secolo in qua aveva preso il significato figurato di abbattuto, depresso, avvilito, è in via di sparizione.
Non a Roma, dove è parola molto comune, ma sì nel resto d'Italia. Sulla stampa poi non compare più, forse perché considerata parola troppo colloquiale. Ai miei occhi invece la sua origine contadina la nobilita.
Devo dire che nella parola abbacchiato da bambina io ci vedevo l'ombra dell'abbacchio, come qui chiamiamo l'agnellino.
(In effetti è sempre dal bastone baculus che viene anche l'abbacchio, perché sotto Pasqua vi veniva legato, come dicono alcuni, o perché, come temo io, veniva usato per abbatterlo.)
L'agnellino, condannato ad essere vittima sacrificale, per quanto squisita, della Pasqua, mi sembrava, quando ero bambina, creatura avvilita e abbattuta per antonomasia.
E quando dicevo di sentirmi abbacchiata dentro la parola era presente anche l'agnellino pasquale.

Ora, dice lo Zanichelli, sui giornali, nei romanzi, in televisione non si parla più di abbacchiati, ma di depressi tout court.
Male. Molto male. Si fa torto ai depressi clinici, ai semplici avviliti, agli agnellini e alla lingua italiana.

Comunque oggi io mi sento abbacchiata.


giovedì 3 dicembre 2009

through the barricades con gli spandau ballet

Fa freddo. Mi aspetta la banca, la posta e l'ottico. (I miei amati occhiali turchesi si sono rotti, disgrazia grande!) Il mio umore mattutino vira sullo scontroso.
Perciò lascio qui un po' di musica e me ne vo.




Mother doesnt know where love has gone
She says it must be youth
That keeps us feeeling strong
See it in her face, that s turned to ice
And when she smiles she shows
The lines of sacrifice
And now I know what they're saying
When the sun begins to fade
And we made our love on wasteland
And through the barricades
Father made my history
He fought for what he thought
Would set us somehow free
He tought me what to say in school
I learned off by heart
But now thats torn in two
And now I know what theyre saying
In the music of the parade
We made our love on wasteland
And through the barricades
Born on different sides of life
We feel the same
And feel all of this strife
So come to me when Im asleep
Well cross the line
And dance upon the street
And now I know what theyre saying
When the drums begin to fade
We made our love on wasteland
And through the barricades
Oh, turn around and Ill be there
Theres a scar through my heart
But Ill bare it again
I thought? we were the human race
But we were just another border-line-case
And the stars reach down and tell us
That theres always one escape
I dont know where love has gone
And in this trouble land
Desperation keep us strong
Fridays child is full of soul
With nothing left to lose
Theres everything to go
And now I know what theyre are saying
Its a terrible beauty weve made
So we make our love on? wasteland
And through the barricades
Now I know what theyre are saying
As hearts go to their graves
We made our love on? wasteland
And through the barricades.


NOTA per bip e mariateresa: ho preso il testo in internet, badate se ci sono errori e segnalatemeli, please!

mercoledì 2 dicembre 2009

a proposito di terapie spirituali

Mi è tornata in mente poco fa

Finir di leggere Apollinaire:
il poeta assassinato
Non perdere di vista
il tempo destinato
all’ingestione di cibo
Schubert e Brahms vanno
evitati. Mozart
sana tutte le ferite. Albinoni
dispensa Valium. Mostrarsi
pacata e insieme felice
quando la mamma telefona raccogliere
le forze per
il gioioso gridolino finale.
Prendere d’un balzo la cornetta
quando il telefono squilla
nel televisore.

di Ulla Hahn

meschina

Primo pensierino. Mesto.
Sono una fallita. Non conto nulla. Socialmente sono ininfluente. Politicamente invisibile.
Non gira nelle redazioni romane nessun video che mi immortali mentre partecipo ad un'orgia di astinenza sessuale con la Binetti e Benedetto XVI. E, cosa ancora più grave, non gira neanche un video che mi riprenda durante una seduta di sesso romagnolo con Bersani.
Inoltre tra le mie amicizie non ho neanche un trans. Mi onoro di avere gay di entrambi i generi ma il trans mi manca.
Conserverò i miei diritti civili?

Secondo pensierino. Elettrico.
Ha ragione la Littizzetto! Perché dai giornali e dai teleschermi continua a guardarci la faccia di Wendell Mendes Paes detto Brenda, mentre le facce dei carabinieri delinquenti e felloni nessuno ce le ha mai mostrate?

Terzo pensierino. Sgarzulo.
Ce l'avevo un pensierino sgarzulo ma poi ho sentito la dichiarazione di Marchionne sulla chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e mi è passata ogni voglia di sgarzulare.



martedì 1 dicembre 2009

Giornata mondiale della lotta all' AIDS

segnalazioni/commenti

Ho tolto per prova la verifica delle parole ai commenti. Se non sarò di nuovo preda dello spam non la rimetterò.
speriamo bene...

segnalazioni/neuroblastoma

Questo libro è una cosa diversa. Sono favole scritte da un gruppo di blogger per aiutare i bambini colpiti da neuroblastoma, un tumore dell'infanzia che è la prima causa di morte tra i bambini in età prescolare.
Per saperne di più e meglio vi rimando al post di Lisa.
Forse regalare ad un bambino queste favole per Natale e dirgli che servono a far stare bene altri bambini (senza patetismi o messaggi terrificanti) può essere una buona idea.

Grazie al Rockpoeta sul cui blog ho trovato la segnalazione di quello di Lisa. E grazie agli infaticabili Comicomix.

il segnalibro/cinque

Il libro di cui voglio parlare oggi è un libro particolare perché ci porta dentro un mondo che conosciamo poco e comprendiamo meno. Il mondo della rabbia giovanile e delle sue diverse espressioni. Il mondo delle strade disadorne delle periferie, delle piazze "calde", dei treni speciali per le trasferte calcistiche, quel mondo emarginato che si autoemargina in risposta e costruisce da sé la sua stessa rappresentanza, rifiutando qualsiasi mediazione.
Sono 12 racconti, di qualità diversa ma tutti molto coinvolgenti. Quelli più belli sono quelli dove prevale il ritmo e il tempo è un accavallarsi di azioni.
Raccontare il movimento non è facile ma l'autore lo fa benissimo. Ci si sente immediatamente presi e trascinati nell' azione assieme ai protagonisti. Trascinati dove? Intorno agli stadi, in curva, nei cortei e nelle azioni dimostrative, nelle spedizioni punitive contro i fascisti, negli scontri con la polizia, sempre all'assalto...
All'assalto di che cosa?
Del mondo così com'è: ingiusto, piatto, uniforme, escludente. Violento.
E la violenza del mondo viene inghiottita dal protagonista del libro e risputata in risposta perché gli appare la più appropriata, l'unica anzi che non sia stata plasmata a immagine e somiglianza del potere stesso che lui contesta.
Per amare queste storie bisogna rinunciare a stare fuori dai gruppi che si muovono sulle strade, rinunciare a guardarli da fuori. Cercare invece di tenersi il più possibile stretti a questi ragazzi, in linea con loro, come direbbe il protagonista con il suo linguaggio militare.
Visti così da vicino gli ultras, gli autonomi, i militanti a sinistra di tutte le sinistre, gli antagonisti " a prescindere", tutti i giovani arrabbiati dei centri sociali e delle periferie, si scoprono pieni di "valori" forti. L'amicizia, il coraggio, la solidarietà tra compagni, la lealtà nello scontro, la fedeltà alla parola data, il disprezzo per i compromessi. Se ne scopre anche la paura e la capacità, tutta giovanile, di stupirsi per il mondo e i suoi sprazzi di bellezza.
Sentirli vicini fa quasi paura perché quella massa confusa di alienazione e ribellismo sembra un'onda destinata a travolgere tutto. Anche la nostra incomprensione. Io però temo che in molti casi la società si sia già incaricata di travolgere loro o meglio di renderli comparse nella sua rappresentazione della realtà.
Nessuna lettura giornalistica o sociologica può dare, né mai mi ha dato, come questi racconti, il senso del mondo delle tifoserie organizzate e delle loro parole d'ordine: l'odio, la vendetta, la disciplina, il rispetto delle gerarchie, l'orgoglio di appartenenza. Ma nello stesso tempo mi ha trasmesso la sensazione netta del terribile spreco di energie giovanili e slancio vitale che queste forme di ribellione violenta rappresentano e della assoluta necessità che ci sarebbe di riportare sul terreno della battaglia sociale i giovani che viaggiano nelle nostre città armati solo di rabbia e bastoni. Per me è impossibile leggere di questo mondo violento e autoreferenziale senza pensare che è il prodotto di altrettanta violenza e autoreferenzialità, e che quella necessità di impegno politico resterà senza risposte. Al breve e, temo, ancora a lungo.
Per queste riflessioni, oltre che per il suo bel narrare, sono grata all'autore.

MARCO CAPOCCETTI BOCCIA: "NON DIMENTICARE LA RABBIA" X-book edizioni- 2009

lunedì 30 novembre 2009

secondo tempo

Che putiferio ventoso! Tutto uno svolazzare di foglie, giornali, cartacce, aghi di pini.
Tutto questo vento che mi fischia nelle orecchie mi fa venir voglia di brodo. Col suo colore caldo, il vapore che si deposita sui vetri della finestra e l'odore di sedano in tutta la casa (Sì, abbondo nel sedano).
Tutte quelle antinomie tra lo spirito e la materia, che sciocchezze! Quando l'anima si cura con il brodo che bolle, la malinconia con una sciarpa viola e la solitudine con un millefoglie!
Quando, del resto, i dolori del corpo si curano con i canti di Leopardi, il mal di schiena con una ouverture di Rossini e quello di testa con le parole gentili di un'amica che non hai mai vista.
Ma per la tosse? Per la tosse ancora non ho trovato niente. Niente di spirituale intendo.
Forse l'antinomia materia e spirito esiste davvero e si colloca nella trachea?


viaggi notturni

"I hate barocco and scirocco, I hate Rome" Chi la cantava? Non me lo ricordo. Ma so che la canzone era di Mario Soldati, quel piemontese così ruvido e antipatico che riconoscergli l'intelligenza quasi mi infastidiva.
Di motivi per odiare Roma -ed ogni grande città- ce ne sono molti. Ma per me né il barocco né lo scirocco rientrano tra questi.
I love barocco and scirocco, e, naturalmente, I love Rome.
Oggi è un giorno di scirocco. Se pioverà, pioverà la sabbia d'Africa. La troverò depositata sulla cappottina della mia cinquecento e mi sentirò un po' più al sud. Amo sentirmi al sud, scivolare per quanto mi è possibile verso l'equatore.
Ormai solo con l'immaginazione. Ma di questo impedimento oggi non parlerò.
Ho sentito tremare la finestra tutta la notte sotto le raffiche dello scirocco e ho talmente viaggiato nella mia mente che mi sono svegliata stanca!
Ora rimetto nel soppalco la mia sacca da viaggio e mi dedico alla quotidianeità.
Ma, in onore dello scirocco, metterò al collo la lunghissima sciarpa viola che viene dal Marocco. Così avviluppata di ricordi mi avventurerò nella nuova giornata.

PS Non so perché mi passi questo pensiero nella mente ma oggi mi piacerebbe avere uno schermo su cui vedere tutte le vostre facce.




domenica 29 novembre 2009

delusa da Modestina

Il putiferio di accese polemiche che si è scatenato a seguito del commento di Modestina mi ha talmente colpita che mi ha fatto venir voglia di tentare una analisi testuale del commento stesso e di quel che ne è seguito, per rintracciarvi i punti critici che hanno innescato la bagarre. Sarà un'analisi alla buona, senza pretese di scientificità, non pomposa ma -non mi sento di escluderlo- forse pedante.
Modestina verrà indicata come l'A, l'Autrice.

Il testo inizia con una piccola introduzione in cui l'A attribuisce ad un altro (il marito) la teoria che "sguazzare nelle riflessioni" faccia male. L'uso del verbo "sguazzare" serve a dar l'idea di un insistere compiaciuto nella riflessione ma suggerisce anche un piacere un po' sguaiato legato al riflettere. Nessuno degli altri verbi che completano la descrizione dell'attività dei blogger, che si suppone faccia male, è semplicemente denotativo. Il più piatto è "andare in cerca", negli altri, molto connotativi, c'è già un giudizio sulla natura dell'attività stessa: rimuginare è il più forte, ma anche elucubrare, ponderare, meditare in quel contesto assumono un significato un po' irridente. L'artificio retorico di attribuire ad un terzo questa posizione, senza condividerla, è così svelato dalla ironia che compare nella scelta dei verbi. Per esemplificare, l'effetto sarebbe stato molto diverso se l'A avesse scritto: eccedere nelle riflessioni, andare in cerca, riflettere, pensare, dibattere, sviscerare e molti altri quasi sinonimi, pure possibili.
L'A fa quindi una premessa: lancerà una provocazione: la lettura dei post e dei commenti del blog le fanno pensare che la posizione del marito sia giusta: cioè tutte quelle attività di pensiero indicate prima "fanno male".
Qui l'A avanza il sospetto che la sua provocazione possa farla prendere per scema perché i suoi interlocutori hanno un po' di spocchia. L'uso della parola "spocchia" segna un successivo scalino connotativo (è una parola molto forte, nonostante quel "un po') e inoltre sposta l'ironia dalle azioni compiute dai destinatari del discorso ai destinatari stessi. Diventa cioè una ironia diretta alle persone, non più alle loro abitudini di blogger.
C'è poi un periodo in cui l'A esemplifica l'effetto che la lettura del/ei blog e dei relativi commenti le provoca. C'è grande enfasi nella scelta dei sentimenti che l'A si attribuisce: tristezza infinita, melanconia che sconfina nell'angoscia. Compaiono anche il deja vue e la noia ma questi sono sfumati da "un po'." La descrizione sembra essere messa come prova della giustezza dell'ipotesi avanzata in premessa: sguazzare nelle riflessioni fa male perché provoca (in chi legge) tristezza e angoscia. Fin qui c'è assoluta consequenzialità.
Probabilmente l'A si rende conto che la descrizione dei suoi sentimenti può suscitare nei lettori l'immediata replica "ma se diventi preda di angoscia infinita non leggere!" e aggiunge che quello che le interessa è "aprire una conversazione, se vorrete".
Il passaggio da "lancio una provocazione" ad "apro una conversazione, se vorrete" è importante. Segnala un cambiamento di intenzionalità nel discorso: non più solo critica ironica e generica ma l'indicazione di alcuni punti di riflessione; ora si usano dei condizionali, si passa alla prima persona plurale e compaiono i punti di domanda. Appaiono anche alcune forme avverbiali che tendono a suggerire una posizione di incertezza, di vero dubbio. "non so, ogni tanto, un po', un tantino. l'A si mette per la prima volta insieme ai suoi interlocutori nella prima persona plurale,, abbandona il "voi", sembra lasciare la posizione giudicante per una di confronto collaborativo.
Questo rende l'uso di termini di per sé fortemente critici "sterile sfoggio di cultura", "concionare", "sacralità" pomposità, pedanteria e saccenteria""bacchettoni" meno forte e ne stempera la aggressività. Serve a questo scopo anche l'inciso esitativo "perdonatemi" e i numerosi puntini di sospensione.
Il discorso termina con una esortazione ad un uso diverso dello spazio blog "raccontiamoci la Vita" Per la prima volta l'A chiama i suoi interlocutori amici e li invita ad evitare la pratica, che fin lì non era stata segnalata, di "recintare agoni per singolar tenzoni". Anche qui l'uso della prima persona plurale sembra voler evitare una contrapposizione tra l'A e gli altri.
Nella chiusa si dichiara affetto.

Mi sembra che tra le due parti in cui grosso modo si può dividere il messaggio vi sia una grossa differenza. Nella prima parte l'A è giudicante e, qualunque fosse la sua intenzione, risulta aggressiva, nella seconda si mostra più collaborativa ed amichevole.
Un messaggio così congegnato può determinare due tipi opposti di risposte nei suoi lettori. Fatalmente ci sarà chi verrà colpito dal tono della prima parte e chi da quello della seconda.
Da questo punto di vista il messaggio è ambiguo. Nel rispondergli bisognerà fare una scelta tra il considerarlo un attacco o un invito. Se privilegiare la provocazione o la conversazione.

Questa la mia analisi. E' molto sintetica, in realtà avrei molte altre osservazioni da aggiungere ma non voglio appesantire il discorso.
Quanto a me ho scelto di CREDERE al tono della seconda parte e ho PRESO SUL SERIO l'invito alla conversazione, lasciando cadere la provocazione (della quale ho già scritto altrove che cosa penso).

Ho fatto così perché a me le critiche interessano davvero, mi piace moltissimo capirle e sono sempre pronta al confronto dialettico. Attenzione, questa non è una posizione "morale" o politicamente corretta. Non lo è neanche un po'. Del "politicamente corretto" me ne sbatto! E' la posizione di una persona che prova autentico piacere nelle discussioni, nel cercare di capire come funzionano menti diverse dalla sua, che logiche usano, che raccordi fanno, sempre pronta ad imparare nuovi modi di ragionare. E ho creduto davvero che Modestina volesse segnalarmi un possibile uso migliore di questo spazio, avesse cioè qualche cosa di specifico da dirmi sul blog. E ho anche creduto alle parole "amici" e "affetto".

Così ho fatto semplicemente le mie osservazioni e ho rivolto le mie domande.
Cioè sono entrata nel dialogo e ho atteso che Modestina facesse lo stesso.

Ma è accaduto qualche cosa di diverso.
Di fronte alle svariate risposte ai suoi commenti (di tono molto diverso le une dalle altre ma che Modestina ha invece trattato come se fossero tutte uguali) Modestina ha ignorato me e le mie risposte e soprattutto le mie domande e si è rivolta esclusivamente ai commentatori. Non voglio esaminare i vari commenti. Non solo perché questo post diventerebbe davvero troppo lungo e noioso ma soprattutto perché a me interessa qui il rapporto Modestina-marina.
Quando ho visto che Modestina ignorava le mie domande e si dedicava a rispondere agli altri commenti, ho provato, in un controcommento, a sollecitarla ad occuparsi di me. (@Modestina PROTESTO: non hai risposto alla mia domanda circa le tue vere aspettative rispetto ad un blog. E la mia non era una domanda retorica. Era un chiedere per sapere. Spero che quel "ciao, marina" non significhi "addio, marina": ci ho preso gusto)
Ma inutilmente.
Cioè, Modestina, tu hai fatto a tua volta una scelta. Tra me marina (che accettavo la discussione con te e prendevo sul serio le tue critiche, e mi dimostravo disposta a confrontarmi con te, che ti "chiedevo per sapere" il tuo parere e le tue aspettative rispetto ad un blog), tra me che ti dedicavo un post aprendo un vero dialogo, e l'agone, hai scelto l'agone.
Mi hai dato atto che sono pronta alla discussione ma nella discussione non sei entrata.
Ecco questo fatto e una frase che tu usi mi hanno dato da riflettere.
Nel tuo primo contro-commento (gli altri tuoi e altrui nella loro escalation li ignorerò) tu dici "Come volevasi dimostrare". Questa espressione mi ha insospettita.
La mia riflessione è questa. Te la pongo in forma dubitativa perché ancora spero un pochino che tu possa smentirmi con una bella risposta costruttiva.
Tu volevi forse dimostrare che i miei lettori sono pesanti, supponenti e antidemocratici.
E delle loro risposte (le prime tre, le sole che hanno preceduto il tuo ulteriore commento, erano assolutamente normali non insultanti né sprezzanti, soprattutto tenendo conto della PRIMA parte del tuo discorso), hai dato una lettura tendente a confermare l'assunto con cui sei entrata nel discorso. "Toni infastiditi, irritazioni mal mascherate, giudizi sparati a raffica, sermoni, retorica pura..." dici. Io onestamente tutto questo non lo vedo nei commenti di Vincenzo, bip e zefirina. Vedo delle obiezioni ma senza offese nei tuoi confronti. Le obiezioni in una discussione ci possono stare, no? Se rifletti alla prima parte del tuo intervento devi riconoscere che le risposte avrebbero potuto essere più risentite. Vedi è questo che non mi piace delle provocazioni: si lancia il sasso nello stagno e se qualcuno dallo stagno ce lo ritira indietro si grida alla intolleranza. Per questo speravo tanto nella parola conversazione. Devi riconoscere che con Vincenzo, bip e zefirina eravamo ancora alla conversazione. Hai avvertito fastidio? Ironia? Ma questo era scontato di fronte ad una provocazione, è per questo che il provocatore provoca! Eppure hanno detto la loro senza troppo risentimento.
Ecco, la mia delusione nasce dal fatto che tra la conversazione con me e la singolar tenzone tu abbia scelto la tenzone, alzando i toni.
Quel "come volevasi dimostrare", (che va bene nei teoremi geometrici ma è la negazione di ogni intenzione di confronto), unito al fatto che hai lasciato cadere la possibilità di dialogo con me, mi dice che il dialogo e il confronto ti ha interessato molto meno della tenzone e che il tuo intento non è mai stato la conversazione ma solo la provocazione. In questo senso mi hai delusa. In più mi sento un po' fessa perché mi sono fatta ingannare.
Ma sarei ancora contenta di essere smentita da te.
Puoi ancora scavalcare il recinto dell'agone e chiacchierare con me sui blog, la loro natura, le tue aspettative, i nostri e loro limiti e quanto altro tu voglia.






venerdì 27 novembre 2009

senti, Modestina

Riprendo il commento di Modestina al post "postilla".

"Mio marito, che è un tiranno, e neanche tanto illuminato :-), ha sempre sostenuto che sguazzare nelle riflessioni, ponderare, meditare, elucubrare, rimuginare, andare in cerca, fa male! Io, naturalmente, ho sempre contestato e confutato con tutte le mie forze tale teoria,ma..... lancio la provocazione... :-) e metto un milione di faccine :-)... così non mi prendete per scema, ché un po' di spocchia l'avete... :-)... vuoi vedere che mio marito un pizzichino di ragione ce l'ha?
Io leggo i vostri post, mi soffermo sui commenti, vi seguo nel vostro argomentare, ma sempre più spesso mi prende una tristezza infinita, una melanconia che sconfina nell'angoscia, un po'di noia, un po' di deja vu... Oh sì, lo so che non sono obbligata a leggervi e che nessuno me lo impone! E' superfluo che adesso lo andiate chiosando voi, però, però, modestissimamente, apro una conversazione, se vorrete.
Non dovremmo esserci un po' utili? Non dovremmo celebrare ogni tanto la leggerezza? Non dovremmo... non so... fare meno sterile sfoggio di cultura? Giorgio, Rom, Enzo, altri, meno spesso Marina, per fortuna, teorizzano e concionano, con un tantino di sacralità, un tantino di pomposità, un tantino di pedanteria... Perdonatemi, l'ho detto.
Marina, tu che sei l'unica umana in tale saccenteria, che dici? Se non abbiamo una funzione di reciproca utilità, non diventiamo tutti bacchettoni e depressissimi?
E su... raccontiamoci la vita,
amici miei, la Vita, e non recintiamo sempre agoni per singolar tenzoni che a nulla servono se non a deprimerci e farci faticare di più!
Con affetto, giuro.
Modestina (:-) "

Intanto ti assicuro che niente nel tuo commento può indurre chicchessia a prenderti per scema! Saremo spocchiosi ma, a nostra volta, non siamo scemi. (Faccina sorridente.)

Mi colpisce il fatto che a leggerci ti prenda "una tristezza infinita, una malinconia che sconfina nell'angoscia". Capisco la noia e anche il deja vue ma onestamente trovo l'angoscia, la melanconia e la tristezza infinita reazioni un po' esagerate. Ma essendo anche io una "esagerata" le addebito alla tua sensibilità e indietreggio rispettosa.

Invece la chiosa che ipotizzi come mia risposta "non sei obbligata a leggermi" non mi sfiora. Perché, dal momento che rendo pubblici i miei pensieri autorizzo gli altri a criticarLI e a criticarMI. E se non volessi essere letta scriverei per me sola. Trovo la risposta classica "se non ti piaccio non mi leggere" questa sì, spocchiosa. E la mia non è una "paraculata" per trattenerti come lettrice presso di me.

Le tue due successive domande mi interessano molto.
Non dovremmo esserci un po' utili? chiedi tu. Qui la mia risposta è categorica. No, non lo credo. O, almeno, non lo credo per me. Io non scrivo per essere utile a nessuno tranne che a me. Nel senso che scrivo per un mio bisogno sperando che intercetti i bisogni di altre persone ma senza minimamente pormi l'obiettivo di essere utile. Se poi, come ricaduta secondaria, ogni tanto riesco anche utile a qualcuno mi fa piacere ma questo non è il mio obiettivo.
Anche quando segnalo un libro, una poesia, una citazione lo faccio per il bisogno di CONDIVIDERE non per quello di andare in aiuto di qualcuno. Il blog poi è nato più come autoaiuto, altro che!

Poi tu chiedi: Non dovremmo celebrare ogni tanto la leggerezza? Ecco qui ti do ragione al mille per cento. Sì, sarebbe bene che lo facessimo, sarebbe bene che riuscissimo a farlo. Vorrei riuscirci, ci provo anche ma non so se e quanto ci riesca. Il fatto è che io scrivo seguendo me stessa e mi porto appresso parecchia "pesantezza". Provo a scrollarmela di dosso ma non è facile. La tua osservazione però mi sembra ben più che pertinente e proverò a farne tesoro.
Quanto a Giorgio, Rom ed Enzo, se vorranno, ti risponderanno loro.

Veniamo al "tantino di" pedanteria, sacralità, pomposità. Forse questo riguarda anche me. Può darsi che mi accada di essere pedante. Mi fa soffrire l'idea, ma può darsi. Sacrale però non credo e neanche pomposa. O almeno non me ne accorgo.

Poi mi dici che sono l'unica umana in tale saccenteria e naturalmente il mio cuore ha un balzo di orgoglio, però mi sento di correggerti. Io ho scoperto, frequentando vari blog per diverso tempo, che anche dietro paraventi di iper cultura, super specializzazione, saccenteria tout court ci sono persone umanissime, spinte da umanissimi e vari bisogni. Ognuno li veste a modo suo, ma ci sono pagine che sembrano mero sfoggio di sapere e magari lo sono anche, però nascondono solitudini e magari bisogno di amicizia e di un qualche riconoscimento. Questa non è una difesa di ufficio dei miei interlocutori ma una mia riflessione convinta.

Poi tu chiedi ancora: Se non abbiamo una funzione di reciproca utilità, non diventiamo tutti bacchettoni e depressissimi?

Qua, scusami, (anche a costo di far incazzare il mio amico bip che non vuole sentirmelo dire) devo dirti che con la depressione io ho a che fare e mi sento di dire che il dover avere una funzione di sia pur reciproca utilità può far diventare me moooolto depressa! Una persona depressa o tendenzialmente tale vive sotto un peso: non mettiamogli sul gobbo anche quello dell'utilità!
(Si sente il risentimento? beh, è un vero moto della mia anima.)

Devo dire che in questa tua connessione "saccenteria, reciproca utilità, bacchettoneria" (si dirà?) avverto una contraddizione che non so spiegarmi. Non so se non ho capito il tuo pensiero ma ti dico il mio.
A me sembra che il proporsi di essere utile comporti (il rischio di) saccenteria e bacchettoneria, mentre nell'andare a ruota libera, solo seguendo la propria voglia di dire e di dirsi ci sia della leggerezza. O della incoscienza, se vuoi o della presunzione. Ma non quell'atteggiamento "evangelico" e ammaestratore che, credo, ti dia fastidio.

Circa il "non recintare agoni per singolar tenzoni", che dire? Hai ragione fino all'ultima sillaba. Concordo, sottoscrivo, approvo, apprezzo eccetera...Se qualche volta ci casco avvisami, mi pento già da ora. E non scherzo.

Poi tu dici: raccontiamoci la Vita. Qui mi sconcerti un po'. La Vita con la maiuscola onestamente io non la so raccontare. Ma nel mio blog c'è la mia vita con la minuscola, forse ce n'è addirittura troppa, qualche volta mi dico che dovrei mettere qualche filtro in più. E leggo tantissimi blog pieni di umanissime vite con la minuscola.
Perciò tu mi poni un problema, una curiosità intellettiva: che cosa intendi davvero con il raccontarci la Vita?
Che cosa ti aspetti da un blog?

Infine, mi sento di farti io una osservazione. Tu parli usando i pronomi al plurale, come se ci fosse una vera reciprocità tra me che scrivo-con i miei limiti e le mie contraddizioni- e te che mi leggi.
Ma non è così. Io mi espongo al tuo sguardo e mi firmo con nome e cognome. Di me tu sai un sacco di cose. Tu che dici raccontiamoCI la vita, perché non lo fai in un blog? Oppure, se già lo fai, perché non me lo segnali?
Guarda, mi rendo conto che questa frase può essere letta: se sei così brava fallo tu un blog!
Ma il mio pensiero vero è invece: fammi capire che cosa intendi.

con simpatia, giuro
marina






giovedì 26 novembre 2009

postilla

Al post di ieri sul "far finta di essere sani" non ho potuto mettere la citazione che avevo in mente perché non ne ricordavo l'autore. Sapevo di averla letta in Proust e ricordavo che lui l'attribuiva a qualcun altro. Ma chi era questo qualcun altro? Ora lo so, era Charles Maurice deTalleyrand, la vecchia volpe francese.
La frase, così semplice e così geniale è questa: "Come esiste il malato immaginario esiste il sano immaginario."
Ditemi voi se per questa perla non valeva la pena incaponirsi.
Ve la regalo. Fatene tesoro.


Una foto del "Principe per tutte le stagioni" qui ben s'appone. Avrà anche avuto una intelligenza strepitosa ma certo che c'aveva una faccia da schiaffi che levati!


mercoledì 25 novembre 2009

come diceva giorgio?

Le nostre piccole conquiste ci riscaldano il cuore, come se qualcuno lo tenesse un po' tra le sue mani, soffiandoci sopra alito caldo e poi ce lo restituisse avvolto di nuovo tepore. La mia piccola conquista è così piccola che vi farebbe ridere.
Non parlo infatti di un eclatante trionfo. Ma di una giornata che avrebbe potuto essere dramma e sfibramento e invece trascorre calma e senza scosse. Parlo di quei miracoli senza fragore per cui noi -noi- viviamo senza ansia per quarantotto ore!
Quarantotto ore, cioè due giorni, cioè la vita di due interi giorni, con le sue noie e le sue preoccupazioni,i suoi intoppi e dolori e arrabbiature, MA vissuta come se...
Stavo per scrivere"come se fossimo normali". Ma ai "normali" sono la prima a non credere.
E neanche "come se fossimo sani" va bene. Perché anche i "sani", chi li ha mai visti?
Dunque dirò così: la vita vissuta come se fossimo saldi.
Due giorni di vita vissuta come se fossimo saldi.
Mi porterei in trionfo da sola!
E adesso, musica!
E, naturalmente, il grande Giorgio Gaber e il suo "Far finta di essere sani".

martedì 24 novembre 2009

via il cappello!



Mi è capitato di leggere il menu di un ristorante alla moda. Esso prevede, oltre ad un croccantino di foie gras con tortino di porri e tartufi, di cui riesco solo vagamente ad immaginare il prezzo, questi altri piatti scelti a caso:

"Capesante umide con broccoli pancetta e sorbetto al Campari"

"Lasagnetta al nero di seppia con trippa scampi menta"

"Ricordo di un panino alla mortadella"

"Compressione di una pasta e fagioli"


Gli chef che si esibiscono nel locale, per trascinarmi nel quale dovreste afferrarmi per i capelli e mazzolarmi con una clava, definiscono il loro lavoro "performance".

La performance promessa mi sembra di difficilissima attuazione.

Il perchè è presto detto.

Non mi chiedo chi convincerà le capesante ad accompagnarsi al sorbetto di Campari, ché, si sa, le capesante hanno un penchant per gli alcolici, ma chi riuscirà ad indurre broccoli e pancetta, gente dal temperamento forte, deciso e poco amichevole, a fare amicizia con le capesante!

Quanto al secondo piatto, il problema non è tanto, secondo me, nel far socializzare la trippa con gli scampi. La trippa è di buon carattere, si sa. Ma ciò nonostante sarà difficile convincerla a lasciarsi affogare nel nero di seppia. La trippa infatti è un soggetto un po' schifiltoso e il nero di seppia gli sa di sporco. Valla a convincere, lei abituata a lavarsi per ore sotto l'acqua corrente!

Ma immaginiamo di riuscire in questo difficile lavoro pedagogico verso capesante, trippa, broccoli, pancetta eccetera perché si aprano reciprocamente all'altro e all'accoglienza del diverso.

Immaginiamo anche di risolvere in via amichevole il problema del Ricordo di un panino alla mortadella. Diciamo che siamo pronti a dedicare alcuni minuti a ricordare i panini alla mortadella che nostra madre ci preparava con la mortadella appena tagliata e la rosetta fresca o, suprema epifania, con la pizza bianca calda.
Resta naturalmente lo scoglio rappresentato dal fatto che il ristoratore prevede che noi si paghi per ricordare il panino della nostra infanzia. E' vero che consideriamo la mortadella come le nostre madeleines nazionali ma siamo perfettamente in grado di ricercare da soli e gratis il nostro tempo perduto.

Il vero problema è quello della Compressione di una pasta e fagioli.
Qui entriamo nel penale. Una pasta e fagioli, in qualsiasi variazione regionale la prepariate, resta una creatura vivente! Reale e insieme simbolica, un archetipo e insieme una persona di casa. Viva, vitale e vitalizzante. Tanto è vero che parla. Io la sento sempre, distintamente, quando la preparo: lasciami respirare, mi dice; non mi impastoiare troppo, lasciami fluida ma non sciacquosa per carità! lo sai che mi sento bene solo se sono corposa ma non vischiosa. E io eseguo, con cura amorevole.
E loro la vogliono comprimere? Com-pri-me-re??? Anatema! Che tutti i coltelli da chef del ristorante principino a roteare vorticosamente intorno alle loro teste sacrileghe! Che li trafiggano infine, inchiodando le loro mani blasfeme sul tagliere di legno.
Dixit.


Intanto io mi preparo a promuovere una class action contro il ristorante ed i suoi complici.
Saremo io, i fagioli, la mortadella, la trippa, le capesante e i broccoli contro il resto del mondo.
Chi vuole può unirsi a noi.

lunedì 23 novembre 2009

orologi


Non so se i più giovani - e i non romani- lo sanno, ma l'orologio che sormonta la Camera dei Deputati, a Montecitorio, aveva il compito di dare l'ora ufficiale ai ministeri. Suonava ogni quarto d'ora, ma non brillava per precisione. I romani ne ricavarono l'impressione che l'attività svolta in quel palazzo, e in quelli che ne dipendevano, fosse un po' approssimativa e mai del tutto chiara.
Fu così che l'orologio venne battezzato "er Regolimbroji", il regola-imbrogli.
E fu così che, di un orologio poco preciso o mal funzionante, si diceva "te sei comprato un Regolimbroji" come ancora capitava che dicesse mio padre a me.
Prima del Regolaimbroji l'ora ufficiale nella Roma del Papa Re era segnata da un colpo di cannone sparato da Castel Sant'Angelo a mezzogiorno in punto.
Dal 1904 poi a sparare fu il cannone del Gianicolo che ancora oggi fa il suo dovere.
E, come già mia nonna e mia madre, mi accade spesso di essere riportata bruscamente alla cognizione del tempo dal colpo di cannone del Ganicolo e di esclamare: Oddio è mezzogiorno!

Non so se oggi "er Regolimbroji" sia ben funzionante o no. Alla prima occasione darò un'occhiata. Ma che nel Palazzo ancora si regolino imbrogli mi sembra assodato.

domenica 22 novembre 2009

da dove viene l'acqua che ci disseta

Gabriele D'Annunzio
La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione

sabato 21 novembre 2009

dedicata a Greg e anche a Orso

Billy Collins- Traduzione di Franco Nasi

Un cane sul suo padrone

Per quanto io possa sembrare giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l'ombra più dolce
che io abbia mai lasciata impressa sulla neve o sull'erba.








Orso gioca sulla sabbia

venerdì 20 novembre 2009

oscenità

Non perdete il bellissimo post di Sileno sull'acqua.

Io ho cercato sul vocabolario:

pura
limpida
chiara
trasparente
cristallina
torbida
fangosa
fonda
pluviale
sorgiva
dolce
salata
salmastra
morta
stagnante
corrente
ferma
stillante
pigra
reflua
vena
polla
zampillo
flusso
getto
pozza
pozzanghera
sgorgare
scaturire
zampillare
rifluire
ristagnare
allagare
bagnare
intorbidarsi
scrosciare
precipitare
sommergere... e ancora e ancora
MA NO: ACQUA PRIVATA SUL VOCABOLARIO NON C'E!



giovedì 19 novembre 2009

piccoli rammendi


Mi sembra di essere un cavallo. Scuoto la testa, bassa sul petto, come i cavalli delle botticelle romane, annoiati e nervosi, nel traffico di Piazza Venezia.
Scuoto la testa e se avessi la coda la sbatterei nell'aria per scacciare le innumerevoli mosche che in forma di pensieri mi svolazzano intorno.
Guardo di qua e di là, circospetta, e ansiosa.
Non mi piaccio. Condanna peggiore c'è?

Passerà, certo. Forse appena tra un'ora sarà passato.
Non sarò più un cavallo che vuol sgropparsi di dosso se stessa ma forse, chissà, il getto di quella fontana che s'impenna nell'aria e non teme la ricaduta.
Sarò forse una cosa. Ho spesso ambito essere una cosa. E che qualcuno mi posasse da qualche parte, delicatamente, senza farmi male, e mi lasciasse lì, dimenticata.

Ma ho i miei espedienti. Penso a mia figlia.
La penso con la testa che ciondola dal sonno e la bocca lucida di latte.
La penso bambina che canta con me: c'era una casa molto carina...
La penso vestita da dark lady, a Parigi, smalto nero e scialli viola.
La penso con il pancione in un vestito rosso di maglia e la penso con il suo sguardo ansioso di madre.
Allora mi si increspa l'anima eppure mi sento ridiventare forte.
Camminerò a fianco di mia figlia, finché avrò cammino davanti.

Mi rivolgo una preghiera -santa patrona di me stessa-: fa' in modo che io non sbagli mai la distanza.

Continuo a non piacermi ma ritrovo almeno la voglia di apportare migliorie a me stessa.



mercoledì 18 novembre 2009

segnalazione/help!

Mio nipote Andrea dispone nell'ambito della sua attività (uffici cambio e Internet point) di pannelli interattivi in punti nevralgici di diverse città italiane. Ma non vuole usarli biecamente per fare pubblicità a hotel e ristoranti in cambio di denaro. Vuole invece metterli a disposizione gratuitamente per una comunicazione sociale.
Vorrebbe ospitare delle brevi schede dedicate a giovani ricercatori italiani che sono stati costretti a trasferirsi all'estero per fare il loro lavoro. Una foto, qualche notizia sul loro lavoro, ecc.
Dove trovarli? Come contattarli? Chi mi può suggerire delle idee?

sul leggere/quattro



"Il lettore non può essere considerato semplicemente un consumatore perché il rapporto che egli instaura con il testo che legge, -se è di un certo tipo, - tende immediatamente a oltrepassare la dimensione del consumo e, anzi, a porsi ai suoi antipodi: nel consumo infatti si verifica la volatilizzazione della sostanza e ciò che resta è lo scarto; nella lettura si attua la precipitazione del senso e ciò che resta è un nucleo coscienziale irriducibile. Il consumo appare teleologicamente votato alla morte: i prodotti sono fabbricati in vista della loro fine, progettati per essere consumati e quindi sostituiti da nuovi. E' contro questo destino che il libro protesta. Esso porta nel colophon una data di stampa, non una data di scadenza."
Luca Ferrieri: Il lettore a(r)mato- Millelire- Stampa Alternativa-1993


Da questo punto di vista il lettore è un investitore e persino un risparmiatore.
Investe sul libro in vista dell'arricchimento della propria coscienza del mondo e, acquistando un libro, sottrae soldi all'acquisto di prodotti che si volatilizzerebbero.

Bene, appurato ciò, passerò la mia mattinata in libreria.

lunedì 16 novembre 2009

incontrarsi e dirsi addio...


Con Artemisia ci eravamo impegnate a fare entrambe un post sui blogger che hanno abbandonato la loro attività. Ce ne occupiamo oggi, sia qui che da lei.

Alcuni dei blogger divenuti ex li ha già citati Artemisia: Pandoro, Saretta, Marcouk, Fabioletterario, Julo, Lorenzo...
Erra altrove il Cantastorie errante e Gianfranco a voce piena ha smesso anche di sussurrare...
Il vento d'Oriente ci porta sempre più raramente la voce di Maryam, Ronna 'ndunetta si è stancata di rallegrarci con la sua ironia napoletana, da Clotilde non si entra più. Non ci vuole più bene?
Persino D'IO è stanco.
Finazio, il mio primo lettore, apre e chiude blog, ma ne chiude più di quanti ne apra...
Donnigio ha sostituito il blog con il sito su Myspace, ma non è la stessa cosa, ahimé.
Anche Enzo apre e chiude blog dove continua le sue roventi polemiche ma in modo discontinuo.
Altri sono stati allontanati da contingenti fatti della loro vita. L'abbandono più bello è sicuramente quello di Barbara Al-Diwan: per maternità.
Il Nikita che ritirava i morti dalle loro case tace. La morte non si ferma, ne deduco che l'assuefazione lo ha ridotto al silenzio.
Anche il maestro Marco tace. Però ha pubblicato un libro di cui si deve occupare. Auguri!
Nazanin da Teheran non scrive da mesi. Io sono inquieta, nell'ultimo periodo aveva cominciato a postare critiche impazienti al regime dei mullah.
Invece Il piccolo lord ha abbandonato perché distratto dalla politica. Ottima cosa. Da FB però continua a dire la sua. E forse tornerà, in qualche forma diversa.
All'appello mancano anche Intriganti passioni, Ebalsemin, Rudyguevara e Baluginando che ci ha sbarrato la sua porta. Franca scrive molto raramente, come Guccia che oltre a FB usa Twitter e si affaccia al blog sempre più di rado.
Molti blogger infatti ce li ha portati via Facebook: Banana è uno di questi.
Si dedicano al nuovo strumento e hanno abbandonato il vecchio, proprio come un giocattolo che ormai ci annoia.
Ne è causa la fretta, secondo me -FB consente una comunicazione più breve, nello stesso tempo meno impegnativa e più aderente al momento- la fretta e il poco tempo delle nostre vite al galoppo.

Quando blogger familiari o buoni conoscenti-ho pudore a chiamarli amici, anche se persino Snoopy aveva un amico di penna- spariscono senza una parola non mi offendo, ma mi allarmo. Che cosa gli sarà successo? Come starà? Anche io come Artemisia ho molto apprezzato l'addio, ma spero sempre che sia solo un arrivederci, di Giulia. Le parole non le bastano più e posso ben capirla.

La sensazione più brutta me la trasmettono quei blog su cui arrivo e trovo l'annuncio Google: il blog è chiuso, il nome è disponibile! Quel nome disponibile per altri mi fa male.

Comunque la mia riflessione è calda e fredda insieme.
E' fredda perché capisco che la vita ha urgenze che non possono farsi intralciare e che le energie che tutti abbiamo a disposizione vanno distribuite su tante cose diverse.
Ma è calda perché dietro le scelte che facciamo c'è sempre una gerarchia e prendo atto con un po' di dolore del fatto che la comunicazione con noi lettori ha perso di necessità agli occhi dei blogger che lasciano.

Non che non li comprenda. Io stessa ho attraversato momenti di stanca, in cui mi sembrava perfettamente inutile lasciare andare la mia voce nello spazio web.
Un po' forse ci si sente aridi, vuoti, un po' il tempo ci strappa via dalle cose, un po' forse siamo delusi da noi stessi o, in quanto lettori e commentatori, siamo deludenti, non rispondiamo alle aspettative di chi scrive...
Non so.
Quello che mi sento di respingere è la trita distinzione tra la vita vera che si svolge sulle strade delle città e dei paesi e quella fittizia dei blog.
Per me tutto quello che accade- e scrivere un blog è un fatto che accade- è ugualmente reale. Ed è vita. Non era viva Emily Dickinson chiusa nella sua casa?
I rapporti che si instaurano sono diversi, certo, ma i rapporti possono essere fatti di molte cose. La storia della letteratura è piena di intensissimi, fondamentali rapporti fatti di soli epistolari!
La carne di un rapporto non sta nelle mani che si toccano o nel bacio con cui ci si saluta. Non per me. Per me sta nelle cose che ci si dicono. A distanza o spalla a spalla non fa differenza.
Lo so anche io che attraverso gli occhi e il corpo passano milioni di messaggi. Non voglio disconoscerli, ma anche i corpi e gli occhi mentono. Se stiamo parlando di menzogna e verità ne possiamo trovare sia sul web che guardandoci sopra una tazza di caffè.
E ci si può frequentare per anni, costantemente, senza dirsi niente di fondamentale, essere in relazione continua senza davvero comunicare niente di noi. E invece poi, dalle pagine di un blog, entrare in sintonia vibrante con qualcuno mai visto, mai sfiorato. Dirsi molto di più e meglio.
Perciò non stabilirei gerarchie di valore. Parlerei di differenze. Di ricchezza e varietà. Soprattutto di bisogni diversi, di momenti diversi, di mezzi diversi.

Forse nuovi bisogni hanno portato lontano da noi i nostri ex blogger.
Io auguro loro di trovare nei loro nuovi spazi quello di cui vanno in cerca.


Diana Krall in concerto


Ieri sera all'Auditorium di Roma c'era Diana Krall in concerto.



That old feeling

I saw you last night and got that old feeling
When you came in sight I got that old feeling
The moment you passed by I felt a thrill
And when you caught my eye
My heart stood still
Once again I seemed to feel that old yearning
And I knew the flame of love was still burning
There'll be no new romance for me
It's foolish to start
For that old feeling is still in my heart

domenica 15 novembre 2009

segnalazione/spam

Cari amici mi spiace molto ma sono stata costretta a mettere la verifica parole per i commenti. Da un paio di settimane sono bersagliata da commenti spamming fastidiosissimi. Spero di poter tornare presto ad un sistema più friendly, soprattutto tenendo conto del fatto che, in quanto lettrice di blog, odio letteralmente la verifica parole. E' mortificante dovervi fare ricorso ma mi consolo pensando che bip potrà dire: Te l'avevo detto!

quando i poeti sanno sorridere

Valentino Zeichen


L'altra metà

Nella moltitudine di contenitori
che popolano il mondo invidiamo
quelle mezze scatole avvitabili
che per un incontro fortuito
hanno riconosciuto nel coperchio
l'altra metà mancante.
Evento mitico ricorrente nei sogni
che non ha mai luogo in vita
né per oggetto gli umani
risultando sempre vane le ricerche
intraprese, senza contare le spese.

Le età dell'Universo

Il cielo è sottosopra
sconvolto dai soliti
lavori teorici in corso,
non passa lustro senza
che una dispettosa teoria
tiri l'elastico anagrafico
all'età dell'universo,
che la lente anamorfica
d'un telescopio gonfi il tempo
e retrodati l'infinito.
Riparato il guasto
alla stima precedente,
ogni nuovo scatto numerico
è corruzione statistica
che approssima ai quanti.
Le teorie non pagano pegno
avanzerà sempre del tempo
per le future correzioni.


sabato 14 novembre 2009

l'Appello di Saviano

Signor Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.
ROBERTO SAVIANO

NB Sul sito de la Repubblica si può aderire

segnalazione di rabbia!

Debbo scriverlo subito o scoppio. Sono andata sul blog di Anna e prima di portarmici Google mi ha mostrato una finestra di dissuasione. L'avviso dice:

"Il sito che stai visitando è stato segnalato come sito di "phishing". Questo sito è stato concepito per richiedere informazioni personali o finanziarie a scopo fraudolento, creando in genere una copia di un sito autentico, come ad esempio una banca."

Immagino che sia stato segnalato per dispetto ed intolleranza.
Esiste la possibilità di segnalare l'errore.
E' quello che ho fatto.
Penso che possiate farlo anche voi che Anna conoscete e stimate.


ricorrenze e ricorsi storici...



Quanto fa 2009 meno 1899? Fa centodieci. In questi giorni, centodieci anni fa', nasceva a Roma Carlo Rosselli, storico, politico e politologo, che sarebbe morto in Francia assassinato dai sicari fascisti nel 1937, a soli 38 anni.
Nei suoi "Scritti politici" il teorico del socialismo liberale ha scritto:

"Chi sono i giovani? Da dieci anni è cessata nel nostro paese ogni educazione politica. E' subentrato lo "slogan", l'imbottimento dei crani, il regno del manganello e delle manette. Spieghiamo alta, in queste ore di crisi, una bandiera capace di accogliere tutti."

I nostri padri la trovarono nell'antifascismo e nella resistenza, con buona pace di coloro che vorrebbero riscrivere la storia a loro uso e consumo.

Il manganello e le manette trovano oggi buona applicazione nei confronti degli immigrati, lo slogan -parola che Rosselli scriveva tra virgolette e che ormai nella sua universalità non ne ha più bisogno- e l'imbottimento dei crani sono sotto gli occhi di tutti.
E' la bandiera da spiegare alta, quella capace di accogliere tutti, che manca.
E non si vede chi, sulla nostra scena politica, sia oggi capace e degno di dispiegarla.

Ma, senza mozione dei sentimenti, e a rigor di ragione, penso che il corso degli eventi possa sempre essere invertito. Ci vorrà il suo tempo ma accadrà.

Ed ora affrontiamo dinamicamente la giornata con Eric Clapton: Reptile!







giovedì 12 novembre 2009

i pensieri del mattino

C'è un piccolo spicchio di luna e c'è la stella del mattino. C'è un' aria limpida e fredda senza increspature. C'è il ronzio della città che comincia a svegliarsi. Fino a pochi minuti fa' volavo su un piccolo aereo -forse il piccolo aereo afgano? il pilota e noi tre passeggeri ci stavamo giusti giusti- e pagavo il passaggio in euro, 900, al controllore che passava tra i sedili come una volta sugli autobus cittadini. Ero salita al margine di una strada tutta avvolta in una nebbia fredda e spumosa, quasi nuvole posatesi in terra. Ero felice ma il sedile aveva un grosso sasso puntuto proprio dietro la testa e mi faceva male. Cambiavo posto, mi sistemavo accanto al finestrino e sotto di me vedevo allontanarsi un deserto tutto polvere con qualche tenda nera e capre chiare intorno. Ma c'era sempre un sasso dietro la mia testa così ho dovuto svegliarmi.
Mi sono svegliata con animo protestatario. Se ci fosse un creatore gli direi all'incirca così: Ci hai fatti mortali. Va bene. I tuoi sacerdoti vogliono anche convincerci che è per colpa nostra. Va meno bene ma lasciamo stare, non voglio perdermi in cavilli.
Invecchiamo sapendo di morire. Va bene. Ma per quale ragione hai deciso di affliggere i nostri ultimi anni con i mali della vecchiezza? Non sei abbastanza generoso, né compassionevole, né umano per lasciarci salutare questa vita senza queste ultime pene? Cos'è questa vecchiaia faticosa? un'aggravante di pena? davvero ai tuoi occhi l'abbiamo meritata? Come ci vedi male, creatore!
Ma un creatore non c'è. I nostri corpi si deteriorano e scricchiolano e cigolano e si lamentano. E' normale -come direbbe Totti- che sia così. A Totti tutto sembra normale. Vuoi vedere che quel ragazzo così tanto deriso possiede invece una saggezza esportabile? L'ho sentito pochi giorni fa' in una intervista. Non so parlare, ha detto, ma mica vuol dire che non so pensare. E ha sorriso del suo sorriso senza furbizia. Totti troverà normale la sua vecchiaia come trova normali i suoi ginocchi rotti e rotti di nuovo e segnare un rigore col cucchiaio, penso. E' normale dunque, la vecchiaia con i suoi mali. E' normale che il mal di testa ci svegli e si prepari a farci compagnia lungo il corso della giornata.
Ma non è normale che Rutelli se ne sia andato lasciandoci la Binetti.
I pensieri del primo mattino sono così: privi di ogni consequenzialità, bisogna prenderli come vengono.
Ieri sera Rai 3 ci ha offerto una splendida trasmissione. Me la ripasso mentalmente. Ad un certo punto Saviano ha detto "tengo" al posto di "ho". Il dialetto ha fatto capolino. Io ho provato simultaneamente un fastidio uditivo, come il gesso sulla lavagna, e un senso di tenerezza. Quel giovane dev'essersi impadronito prima di una lingua -e faticosamente- e solo poi di una lingua letteraria, penso. La trasmissione per De Andrè di qualche tempo fa, Neri Marcorè che fa Di Pietro a Parla con me e questa serata con Saviano si sono guadagnate il canone.
Intanto la luce guadagna spazio, spalanco le finestre e mi allontano, separandomi dallo spicchio di luna e dalla stella del mattino: non vorrei ricominciare con il raffreddore. Che noia dover prendere precauzioni quando una volta con 38 di febbre si prendeva la corriera alle 5 e si saliva a 700 metri per cinque ore di lezione nella scuola senza riscaldamento e ci appariva così normale!
Eppure Totti non ha ragione: non c'è niente di normale in nessun tempo. Tutto è eccezionale.
Anche le più minute inezie, a saperle guardare, lo sono. Le myricae virgiliane e quelle pascoliane e quelle salmastre ed arse di D'annunzio e persino i disordinati, illogici pensieri del primo mattino.

mercoledì 11 novembre 2009

hanno detto...



"Le savant n’est pas l’homme qui fournit les vraies réponses ; c’est celui qui pose les vraies questions."
Le cru et le cuit

io c'ero...

Dopo che Sarkozy ha millantato la sua presenza e partecipazione alla caduta del Muro di Berlino i francesi si divertono ad immaginare tutte le circostanze in cui il loro Presidente è stato presente.
da Libération




martedì 10 novembre 2009

non mi avrà

Comunico ufficialmente ai miei affezionati e affettuosi lettori che
l'A-nfluenza (o I-nfluenza che sia) non avrà ragione di me.
Sto già meglio, anche se indulgo un po' nell'ignavia...

venerdì 6 novembre 2009

bandiera gialla?


A-nfluenza o I-nfluenza?
Questo è il problema.
In ogni caso: coff coff, etchì, coff coff, etchì e così via...

l'A-nfluenza

Ci hanno detto tutto e il contrario di tutto.
Vorrei aver fatto una piccola rassegna stampa. Vado a memoria.
Per mesi ci hanno bersagliato: "Arriva la pandemia poveraccio chi se la pija."
Adesso, se abbiamo paura, ci dicono che siamo sciocchi.

Fra gli Stati era tutta una gara a chi ordinava più dosi di vaccino.
La Francia batteva tutti i paesi europei: 92 milioni di dosi. Ma come, siete solo 56 milioni di abitanti! Beh, allora? Che ce lo pagate voi?

Noi invece ne avevamo ordinato poco, soprattutto le dosi non erano ancora confezionate in fiale ma tenute in bidoni.
Non è un problema disse a Otto e mezzo una sotto-sottosegretaria. Io pensai che avrebbero distribuito cannucce.

Quanto al nostro non-Ministro del non-Ministero della Salute ha detto in rapida successione che:
-questa influenza è fino a dieci volte meno pericolosa di quella stagionale.
-è scritto anche sui libri di medicina che di influenza si muore
-le persone sopra i sessanta anni sono escluse dal rischio, l'A-nfluenza colpisce soprattutto i giovani.
-l’A-fluenza colpisce soprattutto persone sopra i cinquant’anni.
-non ci si deve preoccupare a meno che non si abbiano gravi patologie.
-verranno vaccinate solo persone a rischio effettivo

Dopo i primi morti (tutti, tranne un caso ancora in sospeso, con gravi patologie pregresse), la stampa ha alternato grida lamentevoli di allarme, cameratesche pacche sulle spalle e inviti a fare spallucce.
Quando abbiamo cominciato a guardarci negli occhi confusi e allarmati ci hanno detto che siamo ormai preda di una psicosi collettiva e l'algido Non –Ministro ha manifestato grande disprezzo verso la popolazione primitiva. E' anche apparso, come sempre, molto infastidito dal fatto che la popolazione vuole notizie da lui.

La sua ultima dichiarazione, di questa mattina, è questa: "Con la fine del picco, cominceremo a raccomandare a tutti la vaccinazione contro l'influenza A, per evitare una seconda ondata, come accadde per la Spagnola e per la pandemia del 1968, di solito più violenta della prima”.
E' davvero certo il Non-Ministro che fare riferimento alla Spagnola del 1919 sia una corretta strategia di comunicazione?

Io confesso di essere preoccupata per mio marito: 70 anni, asma, enfisema polmonare, bronchite cronica. E’ inoltre un soggetto fatalistico e scettico che rifiuta le vaccinazioni per principio.
Sono anche preoccupata per il mio nipotino. Qualunque allarme è sempre più forte nei confronti dei bambini. Quando si ammala o muore un piccolo della specie l’allarme diventa alto e prossimo a tutti noi.

Dal mio canto sono pronta ad accettare qualunque invito alla ragionevolezza ma penso che sia sciocco l' atteggiamento da struzzo tendente a cancellare anche l'idea del rischio e penso che piccole forme precauzionali possano avere un doppio effetto: evitare comportamenti eccessivamente spavaldi e quindi restringere concretamente l'area di rischio e soprattutto farci sentire attivi e non passivi rispetto alla sorte.

Senza contare che ogni volta che mobilitiamo le nostre energie ci sentiamo meglio e affrontiamo meglio qualunque evenienza.


giovedì 5 novembre 2009

andatura lenta


La citazione con cui apro questo post l'ho letta, se non sbaglio, sul blog, ormai scomparso, di Annamaria. Ho cercato allora il libro, l'ho letto e apprezzato molto e ho ripreso la citazione che mi parla in modo personale.

"Per molto tempo crediamo di conoscere la natura dei nostri desideri, delle nostre inclinazioni e dei nostri stati d'animo. Ma poi arriva un attimo in cui un'esplosione assordante -perché il pianissimo del silenzio può equivalere talvolta al fortissimo di uno scoppio- ci avverte che viviamo in luoghi diversi da quelli in cui vorremmo vivere, che non ci occupiamo delle cose per cui abbiamo attitudine, che cerchiamo i favori o suscitiamo la collera di persone con cui non abbiamo nulla in comune, mentre ci manteniamo distanti, sordi e indifferenti nei confronti delle persone di cui sentiamo nostalgia e a cui siamo legati da un vincolo profondo. Chi non presta ascolto a un tale avvertimento rischia di vivere una vita goffa e dimezzata, senza mai essere veramente se stesso. Non è un sogno e neanche "un sogno a occhi aperti": è uno strano, rapinoso stato d'animo quello che ci rivela quali siano i nostri compiti, i nostri obblighi e il nostro destino, e che cosa, nella nostra vita, appartenga esclusivamente a noi; questi istanti ci mostrano cosa vi è di personale nella nostra esistenza, quello che entro i limiti angusti della condizione umana costituisce l'essenza specifica dell'individualità."
Questo lo scrive Sandor Màrai. (Confessioni di un borghese)

Gli risponde Murakami Aruki (L'arte di correre):

"Non c'è bisogno di dirlo, scalando i gradini uno per volta, mi occorre molto tempo per giungere a cogliere il significato delle cose. Molta attenzione. Succede anche che ci metta troppo tempo e, quando finalmente comprendo, ormai è troppo tardi. Ma non ci posso fare nulla. Perché questa è la mia natura."

E insiste:

"A pensarci bene, una persona riesce a costruire la propria personalità e a preservare la propria autonomia proprio perché è differente da tutte le altre...Il fatto che sia io, e non un altro individuo, per me costituisce un patrimonio prezioso. Le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo che gli esseri umani devono pagare per la propria indipendenza."


Mi chiedo:
Se essere indipendenti significa al fondo essere fedeli a se stessi, in che cosa consiste davvero la fedeltà a se stessi?
Deve sempre trasformarsi in agire? Bisogna fare per essere?
O c'è un modo più segreto, intimo, silenzioso di mantenersi fedeli a noi stessi mentre conduciamo vite che non ci somigliano? O che somigliano solo ad una parte di noi?
E quando sapremo, finalmente, quale era la parte di noi che aveva più diritto di "farsi agire"?
Alla fine della vita, forse?

Tu sei complessa -mi disse un'amica molti anni fa'- ma non sei complicata.
Dichiarai che non vedevo una grande differenza. La cercai sul dizionario dei sinonimi. Tra i sinonimi di "complicato", "complesso" non c'è. Ma tra i sinonimi di "complesso", come seconde scelte, in un'area semantica più distante, appaiono alcuni termini comuni.
Quello che credetti di ricavarne è che di una personalità complessa si può venire a capo, che esiste una strada per dipanarne la matassa e portare in chiaro ciò che necessita di essere portato in chiaro. Mentre la personalità complicata è forse destinata a permanere nell'intrico e nell'oscurità.
Tirai un sospiro di sollievo.
Ciò nonostante pur essendo io complessa ma non complicata la mia battaglia per arrivare a me stessa è stata molto lunga. E non si è, certo, ancora arrestata. Perché io sono lenta.
Ho intuizioni fulminee che giacciono là per anni. Sedimentano, sedimentano e sembrano non voler venire mai a galla. E' pur vero, però, che la coscienza che poi prendo delle cose è stabile, non indietreggia mai; è una conquista solida e inalterabile.
Ciò nonostante confesso di provare invidia per quelle persone che precocemente sanno giungere alla scoperta di se stesse, dei loro bisogni, delle loro più intime necessità.
Di quelle che non sbagliano nello stabilire le priorità tra le diverse istanze che gli si agitano dentro.
Anche a queste può succedere, è vero, di smentire un giorno se stesse, ma succede in genere molto avanti nelle loro vite, dopo che hanno seguito, e a lungo, le loro chiamate.
E, in genere, accade perché nuovi bisogni sorgono in loro. Non vivono insomma con un se stesso che cerca di venir fuori e che non sa farsi sentire o che parla con una voce non chiara.

In che cosa davvero consiste mantenersi fedeli a questo se stesso che confusamente si agita dentro di noi e manda segnali talvolta deboli talvolta fragorosi ma fulminei?
Haruki e Màrai, in altri libri, hanno dato la loro risposta. E la risposta sembra condannarmi alla sconfitta. La risposta dice che, senza un deciso agire consequenziale, non c'è fedeltà.
Naturalmente Haruki e Màrai sono due uomini. Permettetemi di dire che questo fa la differenza. E questo solo una donna lo sa.
Io, in quanto donna, e come tale depositaria di un millenario destino di pesi sulle braccia e sulle spalle, io invece questo lo so. Questa è una di quelle prese di coscienza di cui vi parlavo prima; quelle chiare, solide e non scalfibili. Tanto che i dinieghi maschili neanche li ascolto più.
Ci sono conoscenze non trasmissibili e questa è una di esse.
Essere donna è un accidente cromosomico che si fa destino a causa -per colpa- della società.
Certo anche il destino può essere infranto, capovolto, sovvertito. Molte donne ce l'hanno fatta e molte ce la fanno. Voglio credere che sempre più donne ce la faranno anche se i segnali dell'oggi non sono buoni. Ma punto sull'andamento carsico della "coscienza di essere donna". Essa si riaffaccia sempre. E' vero che nel frattempo tante vite di donna sono state sviate, soffocate, usate per scopi altrui, sacrificate alla realizzazione di altri individui. Ma questo avanzare sotterraneo, come una talpa, non cessa mai. E lo scontento delle donne, -non voglio compiacermene no!- lo scontento delle donne è per me, paradossalmente, la migliore speranza. E garanzia.
-Chi sta bene non si muove-, diceva mio padre. Con un lampo negli occhi gli rispondevo: -Ma chi sta male prima o poi si muoverà-. Naturalmente era proprio quello che lui voleva dirmi. Anche se penso che avrebbe magari potuto darmi lui uno scossone, non ho nessun rimprovero da fargli. Era un uomo ed era nato all'inizio del 1900. E poi questo fa parte di un altro discorso di cui mio padre ed io continuiamo a discorrere anche ora che lui non c'è più. No, con mia madre non ne discorro. Anche lei non c'è più e anche lei apparteneva a quell'epoca lontana ma, soprattutto, è stata solo un anello nella pesante trasmissione di quel destino, un anello vittima prima che colpevole. Se molte cose non so perdonare alla madre so però riconoscere tutte le attenuante dovute alla donna. Se non ne fossi capace che cosa avrei imparato da dieci anni di femminismo?

Comunque, nel mio infinitamente piccolo rispetto ad Haruki e a Màrai, la mia risposta è diversa dalla loro.
Io credo che la vera fedeltà è nella ricerca. Intenzionalmente non ho usato il congiuntivo in questa proposizione. Per dirvi la certezza della convinzione cui sono giunta. No, non la considero una regola universale. Parlo della mia propria fedeltà a me stessa. La mia natura è la natura di una interrogante. E' così e non ci posso fare niente. Posso avere rimpianti -e ne ho- posso riconoscere errori -e ne riconosco- posso anche piangere - e piango- su litri di latte versato, ma in qualche luogo più profondo di me, io so di aver rispettato, della mia natura, un punto che la qualifica, che la distingue, che fa me di me. Consiste proprio nell'interrogarmi sempre, nello scavare sempre, nel cercarmi sempre. Nel lavorare attorno a quella complessità di cui parlava la mia amica. Nel tenerla sempre presente perché nessuna dimensione è davvero esclusivamente la mia. Quello che ho cercato di fare nella mia vita è stato non ridurre al silenzio nessuna parte di me. E quelle cui non potevo dare spazio, quelle che sacrificavo agli affetti, agli amori, alle passioni e ai doveri, quelle le custodivo dentro di me, o le esercitavo tra me e me, nascostamente. Le rassicuravo e le placavo, le cullavo e le proteggevo. Aspetta, mi dicevo. Aspetta.
Ho rischiato molto, sì. E ancora non so se ho perso. Ma la vita non è finita. No, la vita non è finita.
Lo dice anche Haruki: "Per quanto si avanzi negli anni, finché si campa si scopre sempre qualcosa di nuovo su se stessi."
In questo Haruki, Màrai e persino io, siamo d'accordo: la vita è molto, molto lunga ed offre la possibilità di portare alla luce parti vitali e necessarie di noi stessi fino all'ultimo giorno.
E il tempo perso allora?
No, il tempo perso non esiste. Il tempo non è mai perso. Il tempo è stato necessario perché io incontrassi me stessa. E' stato tempo di lavoro, io lo rispetto.
Certo tutto avrebbe potuto essere più facile. Ma le forze che agiscono sulle nostre vite sono talmente tante e così diverse! C'è anche il caso, amici miei, "il vero legislatore del mondo" come lo chiamava Goethe.
So che ci sono persone pronte a giurare che ognuno è faber fortunae suae.
Secondo me sono quelle persone che il caso ha favorito e che non sanno riconoscere le difficoltà o le circostanze non favorevoli che la vita ha posto di fronte agli altri; quelle che non solo hanno avuto fortuna ma sono anche severi con chi non ne ha avuta. Sono ingenerosi e irrealistici. No, non siamo totalmente padroni delle nostre vite. Abbiamo la nostra parte di responsabilità ma non più di una parte. Non lo dico per assolvere o consolare me stessa. Lo dico perché lo credo. Noi siamo, io non lo dimentico mai, organismi in un ambiente. Abbiamo una natura su cui possiamo agire limitatamente. E' in quei limiti che possiamo indirizzare il nostro cammino. Ed è in quei limiti che siamo responsabili. Io sono disposta a riconoscere la mia parte di responsabilità ma non sono disposta a farmi flagellare come quelli che si dicono continuamente i loro "avrei dovuto". A loro rispondo "Ma avresti potuto?". O, per meglio dire: "In quale misura avresti potuto"? Tieni conto di tutte le condizioni, di tutte le variabili, di tutti i casi e gli accidenti e le spinte e le controspinte. Non affrettiamoci ad assolverci ma non lasciamoci annichilire dalla sensazione di essere gli unici responsabili - e spesso responsabile ci suona come colpevole- di tutto quello che ci accade o ci è accaduto.
Viviamo nel tempo e nella società: la nostra storia vive nella storia. Ricordiamocelo.