giovedì 15 novembre 2007

aspic? no grazie!

Mi sembrava di giocare alle signore. Ma giocare alle signore non mi piaceva neanche da bambina.
Fu nei primi due anni di matrimonio. I colleghi di lavoro di mio marito si scambiavano cene socializzanti volonterosamente organizzate dalle mogli. Venivo ricevuta o ricevevo. E mi rompevo le balle. Sembra impossibile ma nel 1969 c’erano ancora giovani donne per niente stupide, di buona educazione e cultura, che al termine di una cena, si raccoglievano in una zona del salone a parlare di donne ad ore, moda e, secondo il peso, o diete dimagranti o ricette di cucina. Mentre i mariti, dall’altra parte, parlavano di politica. La politica era la mia passione e io tentavo di ascoltare che cosa si dicessero quei borghesi reazionari-così li consideravo, marito compreso-mentre distrattamente facevo cenni di assenso e sorrisi alle giovani signore. Durò non più di una manciata di cene, forse una quindicina in due anni, ma mi bastò e mi avanzò abbondantemente. Colsi al balzo la nascita di mia figlia e mi dichiarai non più disponibile per la vita di società. Che mio marito cancellasse le cene dal mio orizzonte o me dal suo. Le cene tornarono però all'assalto a Teheràn. Venivamo invitati a serate di rappresentanza, molto ben frequentate e molto noiose. Io ripresi a rompermi le balle. Inoltre le cene di società avevano regole di comportamento con cui non riuscivo a familiarizzarmi. I grandi sorrisi, il finto entusiasmo nell’incontrarsi, i pettegolezzi soft, la pesante ironia snob sul paese che ci ospitava, e poi tutto quello sciorinare tovagliati, argenti e porcellane in un paese dove si registravano ricchezze inimmaginabili e miserie invece benissimo visibili.
Mi dava particolarmente fastidio essere servita a tavola da giovani camerieri iraniani nei confronti dei quali mi sentivo, incolpevolmente, colonizzatrice anche io. Il nervosismo mi rendeva ancora più impacciata e goffa del solito.
Dava spesso di queste cene la giovane moglie del rappresentante di una grossa banca italiana e vi raccoglieva importanti uomini di affari di diversa nazionalità o grossi commercianti e professionisti locali. G. era una donna giovane, piena di energia e di ottimismo, una toscana con un certo gusto per il buon vino e molto determinata ad aiutare il marito nella sua carriera. Interpretava con molta abilità e convinzione il ruolo di rappresentante della banca, a nome della quale offriva le sue cene. Malgrado la tradizione culinaria di provenienza non era una grande cuoca, perché faceva prevalere l’effetto scenico sulla bontà dei piatti preparati. In tavola non mancava mai una pietanza in gelatina. Molto colorata, molto scivolosa, molto insipida. Bellissima da vedersi, mortificante per il palato. Quando mi anticipava il menù della serata, scherzando le chiedevo: "Che ci metti sotto la gelatina ‘stasera?" Poteva essere un piatto di carne o di verdure o anche di frutta, ma la gelatina era certa, come il suo bell’accento toscano. In una di queste cene, Alì, il giovane cameriere iraniano mi avvicinò solennemente il vassoio con un bell’aspic di tonno e verdurine colorate sotto la coltre traslucida di gelatina e attese che io mi servissi. Tendo alla goffaggine, sono sgraziata e “intruppona” e in società mi innervosisco. Comunque allungai la mano e presi con la massima circospezione una cucchiaiata di aspic portandola verso il mio piatto. L’infame gelatina si rifiutò di mantenere un minimo di compattezza e riprecipitò sul vassoio, seppellendo completamente il pollice destro del giovane Alì nel suo bel guanto bianco. Alzai gli occhi a guardarlo, annichilita, mentre mi scusavo a bassa voce. Impassibile, Alì guardava davanti a sé. Del resto Alì, anche in circostanze diverse non mi avrebbe mai guardata negli occhi. Era molto osservante e gli occhi delle donne gli erano interdetti. Pur apprezzandone le infinite abilità (puliva la casa, si occupava del giardino e del grosso cane lupo, occasionalmente faceva da autista e serviva impeccabilmente a tavola) G. si lamentava del fatto che schivasse il suo sguardo come un raggio demoniaco. Intanto il suo pollice era sotterrato da un intruglio di gelatina, tonno e sottaceti colorati. Allora con lo stesso cucchiaio da portata cominciai a liberarglielo delicatamente, scostando pezzo per pezzo la massa gelatinosa fino a farlo riemergere. A quel punto mi si presentò un ulteriore problema: che fare della pappetta appena ammucchiata sul bordo del vassoio? Intorno al tavolo si chiacchierava, fingendo di ignorare che trattenevo la portata da un tempo interminabile. Quando sono molto irritata con me tendo ad andare per le spiccie. Avvicinai il mio piatto al vassoio, afferrai la mia forchetta e con una spinta bene assestata feci volare il rimasuglio sul mio piatto. Non lo descriverò ma sembrava rigurgito di gatto. Solo allora, con un grazie compito, congedai il povero Alì, che riprese il suo giro con il guanto bianco tutto impiastricciato. G. non era tipo da far passare sotto silenzio un così grave attentato all’eleganza impeccabile delle sue cene e il giorno dopo al telefono mi chiese se avessi bevuto troppo. A me! Lei! Ma non mi offesi, meglio alcolista che inetta. Comunque G. me presente, non servì più pietanze in gelatina e Alì, con grazia e buon senso, da allora riempì personalmente il mio piatto.

Vorrei aggiungere qualche cosa circa questa questione del non essere guardate negli occhi. Effettivamente è pesante. Se ne lamentava, un po' sarcastica, un po' offesa anche la mia amica M. che sul luogo di lavoro sperimentava giornalmente questo ostracismo visivo. All'inizio io non capivo. "Ma che t'importa-le chiedevo-è un problema loro, lasciali in pace!" Infatti lei,nei suoi dialoghi con osservanti, insisteva per avere cenni di comprensione. Ma in seguito, in più di un'occasione, dovetti riconoscere che l'ostinazione con cui un uomo osservante teneva gli occhi bassi, o guardava immediatamente alla destra della mia testa, risultava offensiva. Era come se ti dicesse: "ti ascolto e ti parlo, ma non ci sei veramente, non esisti davvero per me". Inoltre, tutta una serie di messaggi, necessari alla comunicazione, e che normalmente passano attraverso lo sguardo, si perdevano fatalmente e ne risultava un senso di incertezza, di dubbio sull'effettiva reciproca comprensione ed anche sui reciproci sentimenti. Quando posso-solo quando posso-evito a chi ha a che fare con me gli eventuali disagi dell'avere a che fare con me. In quel caso, rendendomi conto che il mio fastidio era in fondo piccola cosa, mentre il mio interlocutore osservante si trovava in una situazione di autentico disagio, mi uniformavo, istintivamente, al suo codice di comportamento. Cercavo di rendere il mio atteggiamento, generalmente molto franco e diretto, più contegnoso, dimesso. In un certo senso mi facevo piccola, per non turbare più del dovuto il povero osservante. Era una scelta, per me più facile che per M. perché gli osservanti io non li incontravo tutti i giorni. Un po' mi divertiva anche il pensiero di essere una creatura diabolica, potenzialmente portatrice di sfracelli psichici e fisici in quelle creature indifese. Naturalmente all'origine c'è il disprezzo per la donna, ma sono sempre restata consapevole che anche nel paese da cui io provenivo, e nella sua religione, questo disprezzo era ben presente e visibile, anche se assumeva manifestazioni diverse.
Inciso sull'inciso: Anni Cinquanta/Sessanta, Tagliacozzo, Italia. Alla Messa della domenica le donne sedevano nei banchi di destra della navata e gli uomini in quelli di sinistra.
Conclusione: adesso sapete quale piatto NON offrirmi se mai mi invitaste ad una cena.

14 commenti:

  1. "un intruglio di gelatina, tonno e sottaceti colorati"
    Cielo Marina, ricordo tutti quei sottaceti iraniani...quelle damigiane di cetrioli che i locali tenevano in casa e mangiavano in ogni occasione e ad ogni ora del giorno...
    Ecco se c'era un cibo che non amavo erano quei cetrioli sottaceto.
    Ho il ricordo molto nitido di alcune donne iraniane, quando, già cacciato lo Shah negli ultimi giorni del Gennaio 1979, mi fecero vedere le loro provviste di cibo per i loro prossimi tempi duri: damigiane e damigiane di sottaceti.

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  2. Meno male che detesto gli aspic e li trovo così "fa tanto schic, ma, in fondo, so' 'na burina" :-)
    Marina, posso invitarti?

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  3. Piccola nota: ti aggiorno sul fatto che, almeno in provincia, in ambienti piccolo borghesi(orrore!),le "signore" ancora si appartano per parlare di personale di servizio che le fa disperare, di diete,di vestiti all'ultima moda e così discorrendo.Immagina me,vittima sacrificale,quando non posso sottrarmi a tali penose incombenze (una volta ogni morte di papa, per fortuna)! Dall'altra parte i "signori" parlano di calcio o di auto e la politica è un miraggio.Io però, da anticonformista, narcisista ed irriverente quale sono, mi diverto a scandalizzarli. Almeno questo serve e farmi pesare meno la cosa e a farli desistere da un ulteriore invito, anche se a volte mi trovano bizarra e divertente ed insistono, ma lì trovano il muro.Che s'ha dda fa' pe' campa'....... :-)

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  4. Ed un bel piatto di spaghetti all'amatriciana come si dice a Roma andrebbero meglio :-)))?

    Vita molto intensa e movimentata la tua, e tanti aneoddoti da raccontare.

    Ciao
    Daniele

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  5. Daniele,
    eravamo a Teheran !
    Ci si ammazzava per un piatto di fagioli (là non li vendevano), figurati spaghetti all'amatriciana...
    Figurati che il primo anno a me venne pure l'ulcera!

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  6. Imperdibile!!! Avrei voluto esserci.

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  7. le gelatine non le gradisco, ma TU saresti stata una pessima first lady. Jacqueline Kennedy non ti ha insegnato nulla? Non comprendi l'importanza, per una donna, di dissertare solo sulle passamanerie e solo tra le sue simili? Se non sei capace di tanto posso dirti solo una cosa: anima eletta!

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  8. Ammetto di aver collezionato qualche espressione di approvazione nella mia vita, ma mai nessuno mi aveva dato dell'"anima eletta"! Devo dire che ci si sente discretamente euforici
    grazie e a buon rendere marina

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  9. Grazie per la comprensione di tutti voi, ma registro che nessuno si è affrettato ad invitarmi. Troppo pasticciona anche per voi?
    Comunque grata. Gli inviti mi destabilizzano e dio solo sa se ne ho bisogno..
    ciaomarina

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  10. @ Anna: mi piacerebbe assistere ad una di quelle cene in cui butti là le tue bombe...
    ciaomarina

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  11. Condivido che un po' di destabilizzazione ti ci vorrebbe...
    Ci facciamo un bel Curry, di quelli Hot, Very Hot ?
    L'ideale sarebbe anche fare un salto a Londra, che ne dici ?
    Là ho un sacco di amici,
    però ci sono pur sempre io (un po' più cicciottella, ahi ahi ahi..)

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  12. Marina, ti destabilizzerò pure, ma devo dirti che sei orba, eccheccavolo nel mio primo commento a questo post io ti ho invitata, assumendomene tutte le conseguenze ;-))

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  13. Io invece sarei stata un'ottima moglie di diplomatico, peccato che ho scelto la "diplomazia dal basso" e tutte quelle menate di sinistra, sicché niente abito lungo di lamè né camerieri in guanti bianchi.

    Uscite dagli schemi regà, c'è del buono anche in certe vite disgustosamente snob, anche perché c'è mooolto più gusto a dare scandalo ;-)

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